
Ludwig van Beethoven – Sei quartetti per archi Anhang 2
La prima mondiale dei sei quartetti per archi Anhang 2 a San Siro di Struppa – Genova l’ 8 maggio 2010 e il primo CD a cura del Quartetto per archi “Alla Maniera Italiana” – Giugno 2026

La prima mondiale dei sei quartetti per archi Anhang 2 a San Siro di Struppa – Genova l’ 8 maggio 2010 e il primo CD a cura del Quartetto per archi “Alla Maniera Italiana” – Giugno 2026
La chiesa di San Siro di Struppa è considerata una delle pievi più antiche del territorio genovese. La tradizione, ripresa e sostenuta da Giovanni Cambiaso, ne colloca l’origine in un’epoca altissima: egli non dubita che la fondazione della pieve debba risalire al V secolo, cioè al primo secolo successivo alla morte del santo titolare. San Siro, vescovo di Genova, morì infatti il 29 giugno, tra il 370 e il 375, e la memoria del suo episcopato rimase viva nel territorio, generando una precoce venerazione.
Cambiaso, grazie alla scoperta degli epigrafi sepolcrali dei primi vescovi di Genova, confuta in modo decisivo la teoria di Luigi Grassi e, di conseguenza, quella dei Remondini, che collocavano la figura di San Siro nel VI secolo e la pieve addirittura nel VII. Le nuove evidenze epigrafiche riportano invece la presenza del culto e delle prime strutture ecclesiastiche a un periodo ben più antico.
Anche Ferretto conferma l’esistenza di una chiesetta in Struppa già nel IV secolo, pur precisando che il documento storico più antico che ne faccia esplicito riferimento è un livello del luglio 955, una testimonianza preziosa che attesta la continuità della presenza ecclesiastica nel territorio.
Un ulteriore passo nella storia dell’edificio sacro è documentato dal diploma del vescovo Landolfo, datato 1025. In esso si attesta la costruzione di una nuova chiesa nel XI secolo, assegnata ai monaci benedettini e descritta come edificata “moderno tempore angelica revelatione constructa”. Questa formula, tipica della retorica ecclesiastica medievale, sottolinea la sacralità dell’iniziativa e la particolare importanza attribuita alla ricostruzione dell’edificio, inserendola in un contesto di rinnovamento spirituale e istituzionale.
I sei quartetti per archi noti nelle diverse catalogazioni come Kinsky‑Halm Anhang 2, Hess Anhang 7, Bruers 300, Biamonti Nota aggiunta II‑44, Köchel Anhang 291a – C.20‑05, costituiscono uno dei casi più intricati e affascinanti della storia della musica cameristica tra XVIII e XIX secolo. Per oltre un secolo sono rimasti sconosciuti, ineseguiti, e avvolti da una vicenda complessa, segnata da attribuzioni oscillanti e da una documentazione frammentaria. L’ultima notizia ufficiale reperibile prima delle ricerche moderne risale al 1968, nel catalogo di Giovanni Biamonti, che annota: “Questi quartetti si trovano nella Deutsche Staatsbibliothek di Berlino. Attribuiti una prima volta a Mozart, poi, dal De Saint‑Foix, a Beethoven. Autenticità dubbia.” Per decenni, questa è rimasta l’unica informazione disponibile.
La storia documentaria dei quartetti inizia nel 1893, quando il celebre editore italiano residente a Vienna Augusto Artaria, pochi mesi prima della morte, decise di compilare un inventario completo dei manoscritti conservati nella sua casa editrice. Il precedente catalogo redatto da Guido Adler nel 1890 era infatti ritenuto troppo succinto. Nel nuovo inventario, al numero 92i, Artaria registra come opera di Mozart: “6 quatours pour violon, il est douteux qu’ils aient été composés par Mozart. Inédites.” Alla morte dell’editore, il figlio vendette l’intera collezione al miglior offerente, e le sei coppie dei quartetti furono acquistate dal professor Koster.
Nel 1913, rispondendo alla richiesta dei musicologi francesi Théodore de Wyzewa e Georges de Saint‑Foix, Koster rese accessibili quattro dei sei quartetti, fornendone la partitura. Lo scoppio della Prima guerra mondiale interruppe ogni ulteriore studio, e nel frattempo i manoscritti furono acquistati dalla Deutsche Staatsbibliothek di Berlino. Wyzewa morì nel 1917, ma Saint‑Foix proseguì da solo la monumentale biografia mozartiana, riuscendo ad accedere a tutte e sei le coppie dei quartetti. I risultati delle sue analisi apparvero sorprendentemente su La Rivista Musicale Italiana nel 1923, nell’articolo: “Nouvelle contribution à l’étude des œuvres inconnues de la jeunesse de Beethoven”.
Nel 1923, Saint‑Foix giunse alla conclusione che i quartetti non fossero di Mozart, bensì di Ludwig van Beethoven. Secondo il musicologo, sarebbero stati composti tra il 1790 e il 1792, negli ultimi anni di Bonn, quando Beethoven suonava la viola nell’orchestra della Cappella Elettorale.
Nel centenario della morte di Beethoven, il violista Heinrich Wollheim, membro dell’Orchestra da Camera e dell’Opera di Berlino, realizzò nel 1926 una nuova partitura dei quartetti. Nonostante l’impegno, non riuscì a ottenere alcuna esecuzione pubblica.
Nel 1927, i manoscritti tornarono nelle mani di Saint‑Foix, che li descrisse nuovamente su La Revue Musicale. Per la prima volta furono analizzate le somiglianze tematiche con altre opere di Mozart e Beethoven:
Questi confronti aprirono un nuovo capitolo nella complessa storia dei quartetti, evidenziando la loro posizione unica nel panorama delle opere giovanili beethoveniane e mozartiane.
Dopo il 1927, la storia dei sei quartetti sembra spegnersi. Le partiture preparate da Koster risultano perdute, mentre le copie realizzate da Heinrich Wollheim si disperdono senza lasciare traccia. La Seconda guerra mondiale aggravò ulteriormente la situazione: le collezioni della Deutsche Staatsbibliothek di Berlino furono trasferite e frammentate in numerose piccole città della Germania per proteggerle dai bombardamenti. Nonostante le gravi perdite subite dalla biblioteca, la partitura dei sei quartetti riuscì miracolosamente a ritornare a Berlino nell’immediato dopoguerra, preservando almeno il nucleo essenziale della documentazione.
Nel 2006, il musicologo francese Michel Rouch, impegnato da anni nello studio delle opere spurie e dubbie del Maestro di Bonn, richiese alla biblioteca di Berlino le copie dei quartetti. Le fotocopie arrivarono nel medesimo disordine in cui erano state catalogate: fogli non numerati, coppie mescolate, movimenti disallineati. La ricostruzione dell’intero corpus, l’analisi dei singoli movimenti e la revisione in vista di una prima esecuzione mondiale richiesero diversi mesi di lavoro minuzioso, quasi archeologico.
Durante questa fase di studio emerse un ulteriore elemento di complessità: i sei quartetti, indicati nel catalogo di Mozart come Köchel Anhang 20‑06, condividevano una falsa catalogazione con un altro gruppo di opere, i cosiddetti “sei quartetti capricciosi”. Questi ultimi, a lungo attribuiti a Mozart, si rivelarono invece opera di Georg Anton Mederitsch, detto Gallus, solido compositore viennese, nato prima di Mozart e morto dopo Beethoven, autore di ben 44 quartetti. La sovrapposizione catalografica contribuì per decenni a confondere gli studiosi, rendendo ancora più difficile ricostruire la vera identità dei quartetti Anhang 2. Solo grazie alle ricerche moderne è stato possibile separare definitivamente i due gruppi di opere e restituire ai quartetti la loro collocazione storica corretta.
La prima esecuzione pubblica dei quartetti della serie Anhang 2 si è svolta nella basilica di San Siro di Struppa, presso Genova, l’8 maggio 2010. L’evento, di grande rilievo storico e musicologico, ha segnato il ritorno alla vita di opere rimaste nell’ombra per oltre un secolo.
Alla serata erano presenti:
In questa occasione furono eseguiti il primo, il secondo e il quarto quartetto della serie, scelti per rappresentare la varietà stilistica e la complessità tecnica dell’intero ciclo.
La prima esecuzione mondiale fu affidata al quartetto degli Arconauti, formazione cameristica genovese di grande sensibilità interpretativa:
Il loro lavoro, attento e rigoroso, ha permesso di restituire al pubblico un repertorio rimasto silenzioso per oltre cent’anni, offrendo una lettura rispettosa delle fonti e fedele alla prassi esecutiva del periodo.
