Anhang 2
Quartetti (6) in do maggiore, sol maggiore, mi bemolle maggiore, fa minore, re maggiore, si bemolle maggiore.
Hess (Anhang) 7 – KH (Anhang) 2 – Bruers 300, Biamonti Nota aggiunta II-44, Kochel Anhang 291a- C. 20-05
Una ricerca lunga e complessa
I sei quartetti per archi noti nelle diverse catalogazioni come Kinsky‑Halm Anhang 2, Hess Anhang 7, Bruers 300, Biamonti Nota aggiunta II‑44, Köchel Anhang 291a – C.20‑05, costituiscono uno dei casi più intricati e affascinanti della storia della musica cameristica tra XVIII e XIX secolo. Per oltre un secolo sono rimasti sconosciuti, ineseguiti, e avvolti da una vicenda complessa, segnata da attribuzioni oscillanti e da una documentazione frammentaria. L’ultima notizia ufficiale reperibile prima delle ricerche moderne risale al 1968, nel catalogo di Giovanni Biamonti, che annota: “Questi quartetti si trovano nella Deutsche Staatsbibliothek di Berlino. Attribuiti una prima volta a Mozart, poi, dal De Saint‑Foix, a Beethoven. Autenticità dubbia.” Per decenni, questa è rimasta l’unica informazione disponibile.
Le origini della vicenda: Artaria, 1893
La storia documentaria dei quartetti inizia nel 1893, quando il celebre editore italiano residente a Vienna Augusto Artaria, pochi mesi prima della morte, decise di compilare un inventario completo dei manoscritti conservati nella sua casa editrice. Il precedente catalogo redatto da Guido Adler nel 1890 era infatti ritenuto troppo succinto. Nel nuovo inventario, al numero 92i, Artaria registra come opera di Mozart: “6 quatours pour violon, il est douteux qu’ils aient été composés par Mozart. Inédites.” Alla morte dell’editore, il figlio vendette l’intera collezione al miglior offerente, e le sei coppie dei quartetti furono acquistate dal professor Koster.
L’intervento di Wyzewa e Saint‑Foix
Nel 1913, rispondendo alla richiesta dei musicologi francesi Théodore de Wyzewa e Georges de Saint‑Foix, Koster rese accessibili quattro dei sei quartetti, fornendone la partitura. Lo scoppio della Prima guerra mondiale interruppe ogni ulteriore studio, e nel frattempo i manoscritti furono acquistati dalla Deutsche Staatsbibliothek di Berlino. Wyzewa morì nel 1917, ma Saint‑Foix proseguì da solo la monumentale biografia mozartiana, riuscendo ad accedere a tutte e sei le coppie dei quartetti. I risultati delle sue analisi apparvero sorprendentemente su La Rivista Musicale Italiana nel 1923, nell’articolo: “Nouvelle contribution à l’étude des œuvres inconnues de la jeunesse de Beethoven”.
L’attribuzione a Beethoven
Nel 1923, Saint‑Foix giunse alla conclusione che i quartetti non fossero di Mozart, bensì di Ludwig van Beethoven. Secondo il musicologo, sarebbero stati composti tra il 1790 e il 1792, negli ultimi anni di Bonn, quando Beethoven suonava la viola nell’orchestra della Cappella Elettorale.
La revisione di Wollheim (1926)
Nel centenario della morte di Beethoven, il violista Heinrich Wollheim, membro dell’Orchestra da Camera e dell’Opera di Berlino, realizzò nel 1926 una nuova partitura dei quartetti. Nonostante l’impegno, non riuscì a ottenere alcuna esecuzione pubblica.
Nuovi studi e confronti (1927)
Nel 1927, i manoscritti tornarono nelle mani di Saint‑Foix, che li descrisse nuovamente su La Revue Musicale. Per la prima volta furono analizzate le somiglianze tematiche con altre opere di Mozart e Beethoven:
- un tema del primo movimento del quartetto Anhang 2 n. 5 risulta identico a un tema del primo dei tre quartetti WoO 36 per pianoforte, violino, viola e violoncello;
- un altro tema simile compare nei quartetti attribuiti a Mozart K. Anhang 20.07.
Questi confronti aprirono un nuovo capitolo nella complessa storia dei quartetti, evidenziando la loro posizione unica nel panorama delle opere giovanili beethoveniane e mozartiane.
Dopo il 1927: silenzi, dispersioni e una lenta rinascita
Dopo il 1927, la storia dei sei quartetti sembra spegnersi. Le partiture preparate da Koster risultano perdute, mentre le copie realizzate da Heinrich Wollheim si disperdono senza lasciare traccia. La Seconda guerra mondiale aggravò ulteriormente la situazione: le collezioni della Deutsche Staatsbibliothek di Berlino furono trasferite e frammentate in numerose piccole città della Germania per proteggerle dai bombardamenti. Nonostante le gravi perdite subite dalla biblioteca, la partitura dei sei quartetti riuscì miracolosamente a ritornare a Berlino nell’immediato dopoguerra, preservando almeno il nucleo essenziale della documentazione.
La richiesta del 2006 e la ricostruzione moderna
Nel 2006, il musicologo francese Michel Rouch, impegnato da anni nello studio delle opere spurie e dubbie del Maestro di Bonn, richiese alla biblioteca di Berlino le copie dei quartetti. Le fotocopie arrivarono nel medesimo disordine in cui erano state catalogate: fogli non numerati, coppie mescolate, movimenti disallineati. La ricostruzione dell’intero corpus, l’analisi dei singoli movimenti e la revisione in vista di una prima esecuzione mondiale richiesero diversi mesi di lavoro minuzioso, quasi archeologico.
La falsa catalogazione e il caso dei “sei quartetti capricciosi”
Durante questa fase di studio emerse un ulteriore elemento di complessità: i sei quartetti, indicati nel catalogo di Mozart come Köchel Anhang 20‑06, condividevano una falsa catalogazione con un altro gruppo di opere, i cosiddetti “sei quartetti capricciosi”. Questi ultimi, a lungo attribuiti a Mozart, si rivelarono invece opera di Georg Anton Mederitsch, detto Gallus, solido compositore viennese, nato prima di Mozart e morto dopo Beethoven, autore di ben 44 quartetti. La sovrapposizione catalografica contribuì per decenni a confondere gli studiosi, rendendo ancora più difficile ricostruire la vera identità dei quartetti Anhang 2. Solo grazie alle ricerche moderne è stato possibile separare definitivamente i due gruppi di opere e restituire ai quartetti la loro collocazione storica corretta.
Nel 2026: finalmente i quartetti su CD
Nel 2026, dopo oltre un secolo di silenzi, dispersioni, attribuzioni incerte e complesse ricostruzioni musicologiche, i Sei Quartetti per Archi Anhang 2 trovano finalmente una loro collocazione definitiva anche sul piano discografico. La pubblicazione del CD rappresenta un traguardo storico: per la prima volta questo ciclo cameristico, rimasto per decenni inaccessibile e quasi leggendario, viene reso disponibile al pubblico in una forma completa, ordinata e filologicamente curata.
La registrazione costituisce il coronamento di un lungo percorso di ricerca, iniziato con la riscoperta dei manoscritti berlinesi, proseguito con la ricostruzione dei movimenti, e culminato con le prime esecuzioni moderne. Il CD del 2026 permette finalmente di ascoltare questi quartetti nella loro interezza, restituendo voce a un capitolo fondamentale della produzione giovanile beethoveniana e offrendo una testimonianza sonora che mancava da oltre due secoli.
Qui sotto sono disponibili gli esempi musicali dei sei quartetti Anhang 2 in formato digitale, utili per una prima consultazione e per seguire la struttura dei movimenti. Per ascoltare invece i quartetti suonati realmente, nella loro veste interpretativa completa e filologicamente curata, si rimanda alla registrazione del Quartetto “Alla Maniera Italiana”, pubblicata nel 2026 e oggi disponibile su CD presso i principali rivenditori internazionali.
Primo quartetto in do maggiore
Secondo quartetto in sol maggiore
Terzo quartetto in mib maggiore
Quarto quartetto in fa minore
Quinto quartetto in re maggiore
Sesto quartetto in sib maggiore
Anhang 2 fa parte del progetto “La ricerca diventa Arte”
Il Quartetto “Alla Maniera Italiana” e la registrazione dei Sei Quartetti Anhang 2
Il quartetto “Alla Maniera Italiana” è una formazione cameristica che si distingue per l’approccio filologico, la cura del dettaglio e la profonda conoscenza della prassi esecutiva storica. La loro attività discografica testimonia un impegno costante nella valorizzazione del repertorio settecentesco e primo‑ottocentesco, con particolare attenzione alle opere rare, dimenticate o di attribuzione complessa. Nel loro percorso interpretativo, il quartetto ha affrontato autori come Francesco Zappa, Francesco Pasquale Ricci e altri protagonisti dello stile galante, restituendo al pubblico pagine di grande eleganza e inventiva. La loro lettura, sempre attenta alla chiarezza delle linee, alla trasparenza del contrappunto e all’equilibrio timbrico, li ha resi una delle realtà più autorevoli nel panorama cameristico italiano.
Il progetto discografico dedicato ai Sei Quartetti per Archi Anhang 2 rappresenta un momento decisivo nella storia di questo corpus cameristico. Come riportato nella loro discografia ufficiale, la registrazione è stata pubblicata dall’etichetta Arcana in un CD doppio, segnando la prima incisione mondiale di questi quartetti, rimasti per oltre un secolo in una condizione di incertezza attributiva e di totale assenza esecutiva.
Il quartetto “Alla Maniera Italiana” propone un’esecuzione storicamente informata, fondata sulle più recenti ricerche musicologiche e sulla ricostruzione dei manoscritti berlinesi. Questa interpretazione offre un contributo originale e prezioso alla conoscenza delle opere giovanili attribuite a Beethoven, e si inserisce nel contesto delle celebrazioni del bicentenario beethoveniano, riportando alla luce una raccolta ancora avvolta nel mistero.
Grazie a questa registrazione, i quartetti Anhang 2 trovano finalmente una collocazione stabile nel panorama discografico internazionale. Il lavoro del quartetto “Alla Maniera Italiana” non è soltanto un atto interpretativo: è un tassello fondamentale nella rinascita di un repertorio che, per decenni, è rimasto confinato negli archivi, tra dispersioni, attribuzioni controverse e silenzi storici. La loro incisione permette oggi di ascoltare questi quartetti nella loro interezza, restituendo voce a un capitolo essenziale della produzione giovanile del Maestro di Bonn e offrendo una testimonianza sonora che mancava da oltre due secoli.
Il progetto discografico dedicato ai Sei Quartetti per Archi Anhang 2, pubblicato nel 2026 dall’etichetta Arcana – Outhere Music France, rappresenta un momento decisivo nella storia di queste opere rimaste per oltre un secolo in una zona d’ombra, sospese tra attribuzioni incerte, manoscritti dispersi e ricostruzioni musicologiche complesse. La registrazione del Quartetto Alla Maniera Italiana, realizzata tra il 24 febbraio e il 1° marzo 2025 presso L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, restituisce finalmente una voce chiara e definita a questo corpus cameristico, offrendo al pubblico la prima interpretazione integrale moderna dei sei quartetti.
Il booklet che accompagna il CD si apre con un saggio di Gabriele Riccobono, che ripercorre la storia affascinante e tortuosa di questi lavori. Riccobono ricorda l’aneddoto riportato da Ferdinand Ries, in cui Beethoven, con ironia, osservava come spesso basti “dare il nome del loro prediletto” perché gli ascoltatori si convincano dell’autenticità di un’opera. È un pensiero che ben si adatta al destino dei quartetti Anhang 2, la cui attribuzione è stata a lungo oscillante: prima Mozart, poi Beethoven, infine il dubbio. Il primo riferimento documentato risale al 1893, quando August Artaria inserì nel catalogo della sua collezione sei quartetti “per violino”, attribuiti a Mozart ma con riserva. Quelle parti, acquisite nel 1901 dalla Staatsbibliothek di Berlino, recano un’intestazione che li presenta come “Sei Quartetti per 2 Violini, Viola, Violoncello da W. A. Mozart”.
Fu Georges de Saint-Foix, nel 1923, a proporre l’attribuzione a Beethoven, sostenendo che i quartetti fossero opera del giovane compositore, scritti sotto l’impulso dell’ammirazione per Mozart e prima della morte di quest’ultimo. Saint-Foix basava la sua tesi su presunte somiglianze grafiche tra una riscrittura presente nel manoscritto berlinese e il materiale londinese conservato alla British Library. Tuttavia, nel 1978, Shin Augustinus Kojima dimostrò che quella grafia apparteneva non a Ludwig, ma al fratello Kaspar Karl van Beethoven, minando alla radice l’argomento principale dell’attribuzione.
Oggi, i cataloghi di riferimento collocano i quartetti nelle appendici: “erroneamente attribuiti” nel caso di Mozart, “non attribuibili con certezza” nel caso di Beethoven. Eppure, come osserva Riccobono, alcune somiglianze motiviche e formali rendono comprensibili i tentativi di attribuzione: l’incipit del quartetto n. 5 richiama quello del quartetto con pianoforte WoO 36 n. 3; la struttura dei movimenti, la scrittura del violoncello, la predilezione per costruzioni simmetriche e la giustapposizione di idee sono tratti che potrebbero avvicinare questi lavori tanto a Beethoven quanto ad altri compositori attivi nell’ambiente viennese, come Johann Baptist Wanhal. Non è escluso, come suggerisce Julia Ronge, che persino Kaspar Karl possa essere considerato tra i possibili autori.
Il CD del Quartetto Alla Maniera Italiana nasce proprio con l’intento di riportare l’attenzione su queste opere, nell’imminenza del bicentenario beethoveniano e a un secolo dall’attribuzione di Saint-Foix. L’ensemble, fondato a Como nel 2019 e specializzato in prassi esecutiva storica, affronta i quartetti con una cura del dettaglio e una sensibilità interpretativa che si riflettono nella scelta degli strumenti: due violini storici di Nicola Giorgis (1710) e Giuseppe Catenari (ca. 1730), una viola di Antonio Mariani (ca. 1690) e un violoncello della famiglia Panormo (ca. 1820). La formazione – Giacomo Coletti, Stefano Raccagni, Alessia Menin e Anna Camporini – è oggi riconosciuta come una delle rarissime realtà internazionali capaci di coniugare rigore filologico e freschezza interpretativa, tanto da essere nominata “Ensemble dell’Anno 2025” dal Fondo Morosini per la Cultura e per la Musica.
La registrazione, curata da Fabio Framba, restituisce la varietà e la complessità dei sei quartetti: cinque in tonalità maggiori e uno in minore, tutti articolati in tre movimenti, tranne il sesto che ne presenta due e si chiude con un Andante con variazioni. Le scelte formali, le esposizioni tematiche, i fugati, i minuetti e le soluzioni armoniche testimoniano una scrittura che appartiene pienamente al mondo cameristico tardo-settecentesco, ma che conserva tratti di originalità tali da rendere questi quartetti un caso unico nella storia della musica.
Il booklet si chiude con una nota datata Vienna, febbraio 2026, che colloca la pubblicazione nel contesto delle celebrazioni beethoveniane e sottolinea l’intento del quartetto: riportare alla luce un ciclo cameristico che, pur non potendo essere attribuito con certezza a Beethoven, appartiene a pieno titolo alla storia della sua ricezione, delle sue fonti e del suo mito.





