Un Largo mesto? Dalla Sonata op. 10 n. 3 di L.v. Beethoven
Samuele Guerzoni e Carlo Bianchi
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- Rapporti con l’Adagio classico
- Analisi
- Interpretazioni
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- Rapporti con l’Adagio classico
La Sonata per pianoforte op. 10 n. 3 venne pubblicata nel 1798 dall’editore Joseph Eder di Vienna insieme alle altre due del medesimo opus come risultato di un lavoro condotto da Beethoven nei due-tre anni precedenti. Come solitamente accade per i movimenti lenti, il Largo e mesto risulta collocato dopo il primo Allegro e presenta varie conformità anche rispetto alle consuetudini costruttive dell’Adagio di Sonata classico. Allo stesso tempo, il notevole ampliamento della forma complessiva perseguito da Beethoven con forti implicazioni poetiche ed espressive modifica in modo inaudito i modelli di quel tempo additando il futuro. Le tipologie formali che i compositori hanno adottato più di frequente fino alla fine del Settecento per costruire movimenti lenti sono la forma-sonata, la grande forma ternaria, che proietta quella di un Lied,[ii] il rondò nelle sue varie forme,[iii] la foma-sonata senza sviluppo,[iv] e il tema con variazioni. Il Largo e mesto risulta di inusuale lunghezza principalmente perché fonde una grande forma ternaria e una forma-sonata.
Tale ibridazione scaturisce da vari fattori fra cui la spiccata “circolarità” del materiale motivico presente nei due temi iniziali. Medesimi segmenti melodici cioè si ripresentano a distanza e in posizioni diverse all’interno delle rispettive unità fraseologiche. Le conseguenze sono due. Da un lato, la condotta melodica risuona con maggiore continuità, se non come qualcosa di ininterrotto. Dall’altro, tende appunto a sfumarsi la distinzione fra le varie sezioni. Anche questa invero è una caratteristica tipica dei movimenti lenti. Lo stesso Beethoven ne aveva dato prova nell’Adagio della prima Sonata per pianoforte op. 2 n. 1.[v] E tuttavia nel Largo e mesto tale circolarità risulta particolarmente accentuata: non solo per via della ricorrenza del materiale motivico principale ma anche di una cellula interna al primo tema, la nota ribattuta che chiude la prima frase a b. 5 (ripresa parzialmente alla fine della seconda a b. 8 [fig.1]) la quale pur essendo inizialmente elemento subordinato ricorre fra le varie sezioni assumendo figurazioni e ruoli ogni volta più articolati raggiungendo l’apice nella Coda-Sviluppo. Tale principio corrisponde alla funzione «rotatoria» che Darcy e Hepokoski hanno intravisto in certi aspetti di forma-sonata – its tendency to cycle repeatedly through large, thematically differentiated blocks [2006, 12] – dove l’ultima rotazione costituisce il completamento di una progressiva genesi gravida di metafore [Sanguinetti 2020, 177-194] ampliando il potenziale narrativo insito già nella forma-sonata haydniana.[vii]
Riguardo al tema iniziale, quello del Largo e mesto si accorda con la tipologia del periodo. In base alla teoria delle forme di derivazione tedesca (Formenlehre) è questo il segmento di 8 battute che meglio si adatta alla cantabilità dei movimenti lenti poiché, essendo bilanciato e internamente simmetrico assume un carattere «riposante» [Ratz 1973, 6]. Invece, l’altra tipologia di 8 battute organizzata come frase presentando nella seconda parte un micro-sviluppo assume un carattere più dinamico e pertanto adatto ai movimenti veloci.[vi] Nel periodo generalmente due gruppi da 4 battute Vordesatz e Nachsatz sono ulteriormente composti da gruppi di 2. Il primo gruppo di 4 battute detto antecedente prevede un motivo di 2 battute che a differenza della frase non viene ripetuto ma è seguito da 2 battute contrastanti concluse da una cadenza sospesa (“semicadenza”). Il Nachsatz «conseguente» di 4 battute successivo ripete a distanza il motivo iniziale ma ad esso fa seguire un ulteriore gruppo di 2 battute contrastanti che conduce in genere (non sempre) a una cadenza autentica perfetta. La frase consta sempre di due gruppi di 4 battute dove il Vordersatz però è una «presentazione» che ripete il motivo e il Nachsatz una «prosecuzione» che lo varia tramite inversioni, contrappunto o imitazioni, frammentazione, accelerazioni del ritmo armonico e di superficie, sequenze (o progressioni), liquidazione.
Non è solo il carattere riposante a rendere il periodo più adatto ai movimenti lenti. Il fatto che la ripetizione del motivo anziché essere immediata avvenga in seguito a un’idea contrastante, ben si presta alla ricorrenza e circolarità melodica che pure caratterizza la forma dei movimenti lenti in generale e questo Largo e mesto. Se tuttavia il tema iniziale costruito da Beethoven in questo caso è un periodo che si estende per 8 battute, allo stesso tempo – sempre in base alle “regole” della Formenlehre – essendo il tempo lento è come se fosse tutto raddoppiato. A partire dal motivo iniziale che occupa una sola battuta, non due. L’antecedente di questo periodo pertanto copre le consuete 4 battute ma internamente è più articolato: in particolare a mo’ di frase dato che il motivo si ripete a bb. 1-2 e poi prosegue con un mini-sviluppo (2-4). Anche questa tipologia del «periodo composto di frasi» che Ratz indica in genere di 16 battute oppure 8 raddoppiate, come in questo caso, è un’unità ricorrente negli Adagio e che rispetto al periodo semplice conferisce maggiore dinamica al movimento [Borio 2002, 375]. Se nel primo tema del Largo e mesto il carattere ibrido e l’ampliamento sono uno standard, è da questi due principi che il compositore prende le mosse per generare una macro-struttura straniante le consuete forme tripartite dell’Adagio classico.
La segmentazione del Largo e mesto indicata da questo schema parrebbe corrispondere a una grande forma ternaria ABA’. Pare confermarlo anche l’aspetto armonico. La sezione B infatti è al relativo maggiore rispetto alla tonalità di impianto e contiene un tema che Caplin definirebbe «interno». Lo studioso americano nota che queste due caratteristiche (cambio di modalità e tema interno) generano la sezione mediana contrastante tipica della grande forma ternaria dei tempi lenti.
A striking source of contrast comes from an immediate change in modality, for in the great majority of cases, an interior theme is initially set in the minor mode (often labeled minore in the score). In the relatively few movements whose main theme is minor, the interior theme shifts to major [1998, 212-213].
In base alla teoria funzionale delle forme di cui Caplin è il maggiore esponente moderno, lo schema ABA’ rimane tale anche quando A è formato da una piccola forma binaria (a-b) o ternaria (a-b-a’), senza un vero e proprio bitematismo. In questo caso, tuttavia, A è formato da due sotto-sezioni a e b che presentano due temi differenti e da una sotto-sezione di sviluppo a/b (il simbolo / indica lo sviluppo di due elementi caratteristici contenuti rispettivamente nelle due sezioni). Tale organizzazione formale pertanto tenderebbe più a una forma-sonata che a una grande forma ternaria. Inoltre la sezione mediana contrastante, anziché comprendere il solo tema interno, prevede un ulteriore sviluppo dei segmenti melodici di a e b che conduce alla Ripresa. Alcuni teorici hanno voluto individuare in questa sezione il vero sviluppo di tutto il movimento ma oltre alle considerazioni di Caplin di cui sopra, Dahlhaus nota che «la progressione di un modello di 2 battute (con distacco progressivo dai motivi parziali) è collegata solo vagamente, per associazione, con la sostanza tematica dell’Esposizione» [1987, 133] mentre Borio evidenzia un carattere rapsodico che rende poco plausibile l’ipotesi di uno sviluppo [2001, 177].
D’altronde si pongono problemi nell’individuare una complessiva forma-sonata senza sviluppo (cfr. nota iv) proprio per via della struttura di B, che non può essere considerata quella di una secondo tema, nonchè di A, che a dispetto di quanto afferma Dahlhaus difficilmente può essere considerata una complessiva esposizione. Non è invece in discussione la Ripresa (indicata con A’ in quanto modificata). Segue una Coda di ampie dimensioni (+ codetta). Riguardo all’ipotesi di forma ABA’ + Coda, De La Motte rileva l’impossibilità a definire il Largo e mesto una «romanza tripartita con coda» proprio via dell’estensione della Coda comprendente la codetta – «tre parti con un appendice che risulta più lunga di due di queste parti?» [2020, 69] – ma altresì la difficoltà a definire in base alle estensioni una forma bipartita ABA’B’ + codetta con B’ che si chiude a b. 76: «naturalmente tra le bb. 43-44 si colloca l’asse di simmetria del brano ma altrettanto naturalmente la melodia in fa maggiore si percepisce come centro» [Ibid. 70].
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Più nel dettaglio, la sezione A è così suddivisa: a occupa le bb. 1-8(9), b le bb. 9-16 e a/b le bb. 17-30. Dicevamo che a presenta il tema principale come periodo composto di frasi. L’antecedente (bb. 1-4) ripete il motivo a b. 1-2 a mo’ di presentazione,[viii] e a bb. 3-4 vi è una prosecuzione con l’inversione del motivo. A ciò segue un sib3 ribattuto – la cellula secondaria oggetto delle successive «rotazioni» – che qui compare solo come liquidazione della frase interna per collegare antecedente e conseguente del periodo complessivo. La cadenza che genera questa cesura non è sospesa, a differenza della tipologia ideale, ma è comunque “debole” (sul IV). Il conseguente occupa le bb. 6-8 e non prevede una ripetizione esatta del motivo, bensì trasposta un tono sopra. Questa eventualità è tollerata perché si possa definire un periodo. L’area armonica su cui si basa il frammento trasposto è quella della dominante i.e. nona con la fondamentale che tace (b. 6) seguita da una settima diminuita sul IV grado alterato (sol# a b. 7). La dominante compare nella cadenza conclusiva a b. 8 per armonizzare – simmetricamente – uno sviluppo della nota ribattuta qui appunto frammentata e trasposta.
Fig. 1: L.v. Beethoven, Sonata op. 10 n. 3, II, bb. 1-8 (Könemann Music Budapest, ed. I. Máriássy – T. Záskaliczky, KM 4002, vol. I, 1999).
Tra a e b interviene un’elisione: il frammento conclusivo di b. 8 (do#-do#-re) dà al contempo il via a b (bb. 9-16) e, variato, tornerà in seguito. Questa sotto-sezione contiene il tema subordinato e dal punto di vista formale è ambigua per due ragioni. Se ci fermassimo a b. 11 sembrerebbe un periodo: il motivo (il salto d’ottava ascendente e relativa compensazione, a b. 9) viene ripetuto, inframezzato da un’idea contrastante. Eppure dopo la ripetizione del motivo non vi è un’ulteriore idea contrastante, bensì la trasposizione del motivo stesso un tono sotto. Cosa che indica una prosecuzione di frase più che conseguente di un periodo. Le unità formali che iniziano come un periodo e si concludono come una frase non sono rare. Caplin le chiama ibrido 1.[ix] In un ipotetico tema di 8 battute le prime 4 sono organizzate come l’antecedente di un periodo (motivo nelle prime 2 battute, idea contrastante nelle altre 2) mentre le successive 4 battute assumono le vesti di prosecuzione di una frase (nonostante sia assente la relativa presentazione). Per quanto si cerchi di delimitare il campo e rimuovere le ambiguità, alcune permangono.
Dato che nei movimenti lenti un antecedente può essere composto da 2 battute soltanto, corrispondenti a 4 di un Allegro, qui l’antecedente occupa le bb. 9-11. Il motivo è costituito dal salto d’ottava ascendente e relativa compensazione; l’idea contrastante è contenuta a b. 10. Si noti in particolare che condividono il medesimo profilo discendente: in virtù della circolarità melodica, la figurazione che prima si trovava nel corso del tema principale (all’inizio della prosecuzione) ora costituisce il motivo del tema subordinato. Tornando all’organizzazione formale di quest’ultimo, la prosecuzione occupa le bb. 11-12. Il motivo viene ripetuto un tono sotto, con le ambiguità che ciò comporta, mentre a bb. 13-15(16) un’unità cadenzale chiude duplicata all’ottava superiore.
Fig. 2: Ibid., bb. 9-17.
The process of fusion compresses the form by eliminating a number of phrase-functional elements – the half cadence (and the subsequent standing on the dominant) for the transition and an initiating unit for the subordinate theme. The transition begins after the close of the main theme in measure 9. Model-sequence technique starting in the second half of measure 11 brings a modulation to C major, the first of two subordinate keys. The new key is partially confirmed by the imperfect authentic cadence at measure 15 and then is fully confirmed by the perfect authentic cadence two measures later (a second subordinate theme in the dominant minor follows immediately thereafter). In this single thematic unit, it is feasible to identify the opening basic idea as well as the model-sequence activity with transition function and the cadential units with subordinate-theme function. The middle of measure 13 thus stands as a formal boundary. Yet this moment is recognizable as such only after the fact, for it clearly lies very much “in the middle” and fails to be associated with a sense of either “ending” of the transition or “beginning” of the subordinate theme [1998, 209-210].
Il frammento che chiude a è utilizzato anche nel prosieguo con la medesima funzione di chiusura: a b. 10, leggermente variato ritmicamente e posto all’ottava superiore, costituisce l’elemento di chiusura dell’antecedente di b; a cavallo di bb. 13-14, in virtù della modulazione in corso, il do# diviene naturale e introduce il cadenzale – unità conclusiva di questa sotto-sezione.
Fig. 3: Ibid., bb. 17-26.
La sotto-sezione successiva (a/b) occupa le bb. 17-29 ed è così suddivisa: un gruppo di 4 battute (17-20) è seguito da una ripetizione variata di 5 battute (21-25) e da una codetta conclusiva (26-29). In luogo di una Ripresa come prevederebbe la forma ternaria, vi è uno sviluppo dei due temi come prevede la forma-sonata. In linea con la forma-sonata dei movimenti lenti, si tratta di uno sviluppo breve – 8(9) battute seguite da codetta – onde scongiurare un ampliamento eccessivo qualora lo sviluppo fosse esteso come in un movimento veloce. Non si presenta pertanto la usuale struttura che inizia con una introduzione seguita da un «nucleo» (core) e standing on the dominant bensì un’elaborazione più concisa.[x] L’elemento sviluppativo più evidente è proprio quello iniziale, il salto d’ottava a b. 17 (fig. 2) che nel tema b veniva reso mediante acciaccatura.[xi] A cavallo di bb. 17-18 ritroviamo il frammento melodico do-si-la-sol# ossia l’inizio della prosecuzione del tema principale al tono della dominante minore. A b. 19 vengono sintetizzate in un unico gesto due caratteristiche rispettivamente del tema principale e del tema subordinato: sul piano armonico l’uso della settima diminuita come accadeva a b. 7 (a); sul piano figurale, la direzionalità della figura a cavallo di bb. 9-10 (b).
Fra bb. 20-21 la cadenza perfetta conclude il primo gruppo di 4 battute (17-20) ed apre alla sua ripetizione, variata e ampliata. Il profilo discendente di b. 17 è ora affidato al basso (fra bb. 21-22) ed è seguito da una progressione di quadriadi di settime diminuite (bb. 23-24), inquadrabili quale ampliamento armonico e registrico della già richiamata b. 7. Segue a b. 25 una cadenza perfetta che dà il via alla codetta (bb. 26-29 [fig. 3-4]). Questa è caratterizzata da segmenti melodici derivati da b e dalla riproposizione del frammento che chiudeva b. 8 (anche se col solo inciso ritmico).
Fig. 4: Ibid., bb. 27-26.
La sezione mediana contrastante B nel relativo maggiore (fa) occupa le bb. 30-43 ed è così suddivisa: tema interno (bb. 30-34) e sviluppo di a e b (bb. 35-43). Il tema interno in fa maggiore è introdotto da un fa ostinato al basso a b. 30 (fig. 4). Può essere considerato una prima «rotazione» della nota ribattuta che si trasforma subito in sostegno triadico e attraverserà in varie forme tutta la sezione B. Se non è possibile intravvedere un vero e proprio sviluppo del tema iniziale come notava Dahlhaus [1987, 133] comunque il moto in ottavi si ricollega al motivo iniziale a distanza, come nota invece De la Motte, presagendo il rapporto che sarà rivelato nella Coda anche per via della funzione sempre più “motivante” e sviluppativa della cellula ribattuta che a b. 5 era “passiva ed estinguente”.[xii]
Fig. 5: Ibid., bb. 33-37.
Beethoven prosegue alternando lo sviluppo di di b. 35 con quello di b. 36. Questo presenta alla mano sinistra l’inciso melodico del motivo l’ottava, ora riempita dall’arpeggio, seguita dalla seconda «rotazione» dell’ostinato. Ora esso funge da accompagnamento in diadi che completano l’armonia (qui sol minore) ma al tempo stesso risuona come prosecuzione dell’inizio di b – mentre la figura alla mano destra pare derivata tanto da quella di b. 9 come da b. 3
Fig. 6: Ibid., bb. 38-43.
La ripresa (bb. 44-64) è un A’ leggermente variato. Il tema principale mostra una texture più polifonica e manca il conseguente. A bb. 49-51 sopra un basso ostinato, a mo’ di ulteriore «rotazione» della cellula ribattuta, il motivo iniziale è protagonista di una serie di modulazioni che conducono infine a sol minore e al ritorno di b. Beethoven a quel punto abbandona l’ostinato riproponendo di b non il motivo principale ma direttamente il cadenzale trasposto (bb. 52-55) che modula infine a sib.
Fig. 7: Ibid., bb. 44-54.
Fig. 8: Ibid., bb. 44-66.
La Coda occupa le bb. 65-87. A differenza della codetta di bb. 26-29, che impiegava elementi di b, è più estesa delineando quasi un ulteriore sviluppo – come talvolta succederà in Beethoven – fra elementi di a e della sezione B aprendo uno spazio in cui si verificano eventi nuovi «privi di un modello prestabilito e non determinabili in anticipo, senza filo conduttore, minacciosi, tali da mettere in pericolo la forma» [De La Motte 2020, 67]. Il tema principale a prima è riproposto in re minore ma all’ottava bassa basso (b. 65), poi ancora al grave tramite una terza maggiore che porta a mib minore (bb. 66-67) e infine ampliato in senso intervallare su di una progressione ascendente di quadriadi di settime diminuite, in cui il tema si tramuta in accompagnamento tramite le bb. perno 67-70. Queste battute ibride costituiscono l’ultima «rotazione» degli ottavi ribattuti – ma nel fondere in modo indistinto appunto il tema e l’accompagnamento possono essere anche interpretate come ulteriore rotazione di a.
Fig. 9: Ibid., bb. 66-70.
L’apice viene raggiunto con la triade della tonica di re minore a b. 72 (fig. 10). Questa costituisce la “rivelazione” della rotazione in quanto coincide con una ripresa del segmento-sviluppo della sezione B che iniziava da b. 36. Le figurazioni rapide motivicamente neutre della mano destra si trasformano in quelle motiviche-variate di b e alla mano sinistra l’ostinato d’accompagnamento compare rivelando definitivamente la sua origine tematica. A. bb. 36 e seguenti l’ostinato costituiva un accompagnamento e allo stesso tempo eco dell’inizio di b che progressivamente si estingueva (da b. 39) perché l’arpeggio viene eliminato. A b. 72 ritroviamo le figurazioni di b. 39 su uno standing on the dominant (bb. 72-75) che conduce alla codetta realmente conclusiva del pezzo (bb. 76-87).
Fig. 10: Ibid., bb. 71-75.
La codetta è basata sul motivo iniziale, proposto su più altezze (bb. 76-80), e caratterizzata da una liquidazione a partire da b. 81. Il semitono do#-re, elemento caratterizzante del motivo iniziale, viene trasposto una quinta sopra e ripetuto tre volte, mentre l’armonia è una semplice successione V-i (bb. 81-83). Il semitono do#-re torna subito dopo all’interno del cluster di bb. 84-85 e isolato e trasposto d’ottava per due volte a b. 86. A quel punto lascia spazio ad un re1, suono che chiude il movimento.
Fig. 11: Ibid., bb. 76-fine
- Interpretazioni
I ritorni a distanza e le ripetizioni trasformate (altre dalla classica forma del tema con variazioni) sono i due procedimenti che par excellence – e ancor più se lungo un percorso di deviazione rispetto a un codificato modello linguistico e formale – richiamano un susseguirsi di situazioni umane, peripezie di personaggi e stimolano la memoria in quanto rielaborazione di un passato evenemenziale-esistenziale [Carone 2006, 5-38]. In questo caso la sezione A (bb. 1–29) introduce una sequenza riconoscibile di elementi macroformali: tema principale (a), subordinato (b) e relativo sviluppo combinato (a/b) con una circolarità motivica che si verifica fin dal rapporto fra primo e secondo tema. Nella sezione mediana B (bb. 30-43), sopra un ostinato, costante retaggio di a, un tema interno apparentemente contrastante presenta ulteriori elementi di continuità rispetto a quelli iniziali, i cui profili tematici originari vengono frammentati e sviluppati. La Ripresa (A’, bb. 44–64) riprende il materiale iniziale deformandolo. La Coda stessa (bb. 65–87) non costituisce un mero epilogo. Il tema principale viene sviluppato tramite la rotazione conclusiva della cellula ribattuta che rivela la continuità di senso fra il tema e lo sviluppo del secondo nella sezione mediana, portando al massimo grado l’intreccio fra ricorsività e successione di sezioni differenziate, ma suggellando anche la novità di una forma complessiva insondabile fra baricentri ambigui e sviluppi inattesi.
La spiccata continuità melodica di un movimento lento in quanto veicolo di concetti e fatti umani assumerà rilievo nelle forme del romanticismo austro-tedesco. Dapprima prendendo a prestito la figura letteraria e figurativa del Wanderer tramite materiale motivico che già in Schubert esplora paesaggi formali indefiniti assumendo rare vesti armoniche (onde suggerire un viandante senza meta più che un direzionato viaggiatore) e più avanti con le colossali costruzioni sinfoniche di Mahler [Darcy 2001] e Bruckner [Notley 2004]. Queste da un lato si affiancheranno alla melodia infinita wagneriana, con le note implicazioni drammatiche, e dall’altro giungeranno ad associare all’Adagio una aural experience addirittura religiosa sull’onda di una concezione di musica assoluta. Il principio rotatorio di cui Darcy e Hepokoski parlano nel loro libro sulla forma-sonata era stato coniato qualche anno prima da Darcy [2001] analizzando appunto l’Adagio della sesta Sinfonia di Mahler. Se la rotazione mahleriana è una successione di momenti sempre più generativi che conducono progressivamente al pieno compimento di un progetto, dove l’ultima rotazione assume il significato di rivelazione di una condizione più alta, l’anticipazione che Beethoven ne dà nel Largo e mesto rivela un carattere visionario anche perché la rotazione non riguarda i motivi principali, pure caratterizzati da continuità, bensì un elemento tanto subordinato da sembrare quasi “neutro” che si emancipa in modo progressivo fino la rivelare nella Coda un senso fortemente “attivo”.
L’impiego di rotational forms per i movimenti lenti nel futuro romanticismo prenderà le mosse da una rivalutazione dell’Adagio classico che si diffonderà quasi come un culto [Notley 1999] coinvolgendo vari teorici, sull’onda di Marx, e che compositori come Mahler e Bruckner porteranno a un estremo sia nella struttura rotatoria, a cui i principi della Formenlehre devono necessariamente rapportarsi, sia nella significazione poetica. Notley rileva che tale estremo a cui appartiene anche la melodia infinita wagneriana trova precedenti significativi nelle tarde opere di Beethoven come la cavatina del Quartetto op. 130, i movimenti lenti della nona Sinfonia e della Hammerkalvier [1999, 38]. Il Largo e mesto pone così anche quella continuità fra il primo e il tardo Beethoven richiamata da Andrea Lucchesini nel corso di un’intervista che già abbiamo citato nel precedente articolo sull’op. 10 n. 1 [Bianchi 2007] a dispetto della nota distinzione fra i «tre stili» coniata da Wilhelm Lenz.
Il pianista toscano, reduce dall’incisione delle 32 Sonate di Beethoven e da una serata bresciana nella quale aveva eseguito proprio la Hammerklavier, asseriva di considerare il Largo e mesto precursore dell’Adagio dell’op. 106 definendoli entrambi «pagine sul dolore». Tale impressione, basata su un’esperienza esecutiva-sensoriale informata da un’attenta lettura, quantunque non strettamente analitica, scaturisce inevitabilmente dalla struttura generale. Eppure, già le pause discusse da Dahlhaus che precedono la ripresa del tema principale (rendendo misterioso un procedimento di liquidazione che in genere riduce il motivo a elementi neutri oltre che minimi) confermano che una simile aural experience non prescinde da strategie locali. La prima è già insita nel tema principale, drammatico anche perché al grave e armonizzato quasi con dei cluster nella Ripresa, e appunto certe improvvise pause, anche nel cuore degli sviluppi frammentati. Beethoven scardina il genere del tempo lento sfruttando circolarità complessive che allo stesso tempo non scongiurano subitanei contrasti. Due strategie fondamentali il cui significato drammatico – infine – non sarebbe lo stesso senza la varietà dinamica prescritta accuratamente dal compositore, come testimonia l’edizione Eder, fin dalla prima pagina.
Fig. 12: Ibid., bb. 1-25(26) (ed. Joseph Eder).
La classificazione delle forme dell’Andante classico – come la base della Formenlehre in generale – era stata avviata nella prima metà dell’Ottocento da Marx. Allo stesso tempo, egli era stato fra i primi, a differenza di una concezione anche teorica precedente, a ravvisare come soprattutto in Beethoven l’Adagio di Sonata, Sinfonia o generi da camera non fosse affatto subordinato rispetto agli altri movimenti,[xiii] e come non esso fosse solo luogo di espressioni sentimentali patetiche e tristi, dopo la grandezza del primo Allegro, bensì un momento più profondo, che risponde al percorso duale esterno-interno già avviato nel primo movimento e da cui prende le mosse un ritorno all’esistenza esteriore in quello successivo (o successivi, nel caso di una Sonata in più di tre movimenti).
Il primo movimento di una composizione è un atto vitale del compositore. Ricorrendo alla propria forza creativa egli ha manifestato ciò che lo anima e lo urge. È una cosa che nasce da lui, gli si pone davanti come sua, e tuttavia come qualcosa di mai visto prima; è lui stesso ad avvertire una dualità, come la madre che per la prima volta rimira felice il suo riflesso nel grembo. In qualche modo, un tale evento di nascita spirituale, fisica o spirituale-corporea deve rivolgere lo sguardo al nostro io interiore. Questo ingresso nel proprio petto, questa contemplazione riflessiva del sé che reca sulle proprie labbra la domanda «Chi sono io?» può trovare risposta solo nel quieto Adagio: in esso l’anima riposa sabbaticamente dal proprio atto di forza. Poi, il ritorno all’esistenza esterna, con rinnovato vigore e coraggio. Questo è il significato complessivo della suddivisione in tre movimenti nella sua forma più elevata, il loro connettersi nel tutto.[xiv]
Da un lato il Largo e mesto si accorda con queste considerazioni del Beethoven di Marx. essendo una di quelle pagine in cui la scrittura di Beethoven mostra già quel carico di senso fino ad allora inaudito, espressione e veicolo di accelerazione dell’incipiente Romanticismo e dell’individualità dell’uomo-compositore. Dall’altro, se tali caratteri si identificano soprattutto con le nuove soluzioni compositive che Beethoven maturerà a partire dagli anni immediatamente successivi,[i] nel Largo e mesto la soggettività beethoveniana irrompe già trasformando le medesime tipologie formali e i caratteri individuati fino ad allora da Marx per i movimenti lenti.
Il principio rotatorio degli ottavi e le altre continuità motiviche sfumano le distinzioni formali tramite accumulazioni e sottrazioni dinamiche, crescendo e decrescendo dal piano al fortissimo e viceversa, che contrastano con l’idea di Stille Adagio insieme con un succedersi di contrasti micro-formali costellati da altrettanti sbalzi dinamici. Brevi blocchi locali infatti si affrontano con ostilità anche per via di sbalzi dal piano e pianissimo al forte e al fortissimo Già dallo sviluppo in A spiccano a bb. 23-24 gli accordi fortissimo che prolungandosi devono contenere semicrome in piano (fig. 12) Idem nello sviluppo della Ripresa mentre lo sviluppo di B pone il contrasto forte/piano all’inizio del modulo di b. 36. Spesso inoltre i contrasti negano l’idea di Stille Adagio sfruttando – paradossalmente – proprio le pause. Queste infatti rendono più percepibile l’assenza del materiale motivico – come nota Dahlhaus – in quanto negazioni determinate delle note di cui prendono il posto.[ii]
Nella Coda viene raggiunto il culmine di un intreccio fra contrasti e germinazioni progressive che pur generando una forma ambigua si rivela infine risoluto verso il dolore a differenza del ripiegamento del dolore su sé stesso che caratterizzerà il sinfonismo tedesco tardo romantico – ma anche della fissità contemplativa del tardo Beethoven e di cui l’Adagio della Hammerklavier è uno degli esempi più alti. In questa Coda, il tema iniziale sfocia nell’ostinato con impressionante naturalezza sfruttando elementi perno che consentono di osservare il procedimento tanto dalla prospettiva del tema quanto dell’ostinato. Anche perché le rapide figurazioni alla mano destra che seguono un percorso inverso, inizialmente come riempimento del tema, si trasformano a b. 72 nelle biscrome varianti di b.
Fig. 13: Ibid., bb. 64-70.
Insieme con l’arricchimento armonico e la dilatazione intervallare delle crome tematiche iniziali, anche l’escursione registrica e la dinamica, nonché la progressione delle aree tonali, concorrono all’ultima rotazione degli ottavi che conduce alla “rivelazione” della nota ribattuta a bb. 71-72. Partendo da una trasposizione di a all’ottava bassa, Beethoven porta il materiale motivico fino alla zona medio-acuta della tastiera in quelle battute. Stando sempre alla prima edizione, un crescendo dinamico parte dal pianissimo al grave fino agli sforzati di b. 70 e al fortissimo di b. 71-72 (fig. 13/15). Da un punto di vista armonico la progressione delle tonalità non segue più il circolo delle quinte bensì, per usare un’espressione di De La Motte, «una linea retta delimitata da due estremi».[xvii]
Fig. 14: Ibid., bb. 65-69 riduzione analitica (De La Motte 1998, 218).
Alla b. 72 in corrispondenza di uno sbalzo in piano la triade di tonica re minore origina una ripresa dello sviluppo già udito nella sezione centrale. Questo si arricchisce tuttavia di uno sguardo retrospettivo carico di ulteriori significati, assai più di una generica ripresa modificata, nel fondere la propria struttura di senso con quella del tema iniziale svelando pienamente il rapporto nascosto in A ed emergente a partire da B. Pressoché inevitabile a questo punto associare la risonanza dell’ostinato con l’ostinazione del compositore nello scardinare forme codificate di Adagio perseguendone una pressoché inclassificabile come espressione di un sentire ineffabile altrimenti. De La Motte conclude che trattandosi di una forma insondabile «è compito dell’analisi portare a livello discorsivo l’insondabilità dell’insondabile» (2020, 70).
Fig. 15: Ibid., 71-fine (ed. Joseph Eder).
Risulta così trasformato anche il significato estetico che Marx attribuiva al movimento lento soprattutto in quanto luogo di introspezione che «riposa» (ruhen) per un allontanamento del compositore dalla vita esterna alla quale ritorna nei movimenti successivi («l’Adagio sta allo Scherzo come il cuore sta al mondo»). Che il Largo e mesto veicoli una forma cui corrisponde un caleidoscopio di stati d’animo in grado di trascendere persino l’interpretazione di Marx, soprattutto in rapporto agli altri movimenti di una Sonata, lo ammette lui stesso nel suo Beethoven formulando un giudizio che permane nelle edizioni successive a quella del 1859.
Il secondo movimento, intitolato Largo e mesto scava nel cuore una profonda malinconia nera come una tomba! A malapena un sollievo al lamento, a malapena tra le lacrime un fugace sorriso (un raggio di sole in do maggiore nella tetra tonalità principale di re minore) trova per un istante spazio. Come è giunta in maniera così fresca e commovente questa vita? — è la contemplazione, o è un’esperienza del poeta in se stesso? Qui esiste una frattura tra il primo e il secondo movimento, che si riconosce nella sua asperità e innegabilità solo misurandola nel passaggio dal primo al secondo movimento della Sonata in fa maggiore [op. 54]. I movimenti della Sonata in fa maggiore sono collegati in modo chiaro dal punto di vista psicologico; quelli della Sonata in re no. Chi può risolvere gli enigmi di un cuore poetico tanto movimentato? — forse nemmeno il poeta stesso, se fosse ancora tra noi.[xviii]
Se ogni minima cellula del Largo e mesto sembra impregnarsi di significato, questo avviene lungo una teleologia che nel complesso non pare esprimere solo una dolorosa introspezione, come parrebbe emergere dalle tonalità scure di a o dai melodici “sospiri” di b (così Dahlhaus percepisce quei salti di ottava) ma già anche il rapporto del compositore col mondo esterno – tanto da sottrarre sostanza al Minuetto e al Rondò (due pagine alquanto leggere). Le ragioni vanno ben oltre l’apertura al maggiore che Marx vede nella prosecuzione-transizione del secondo tema (bb. 14-17). Si identificano infatti con una generale connotazione drammatica a livello armonico, formale e ovviamente dinamico che trascende la connotazione “vagante” degli ottavi e più in generale l’indicazione mesto posta all’inizio della composizione.[xix] Al cospetto degli Stille Adagio precedenti, è anche dialettica fra potenza fonica e subitanei silenzi a farsi materia di quegli slanci rivoluzionari che egli aveva sposato fin dall’inizio e soprattutto della sua lotta contro un destino avverso, addirittura spietato nella sordità che iniziava a manifestarsi proprio allora, gettando il compositore in uno spaesato sconforto, ma allo stesso tempo stimolando un’antinomicità dell’esistere come talvolta si rivela solo nelle situazioni-limite (Grenzsituationen) di cui parlerà Karl Jaspers.[xx]
SM & CB 5.3.2026
Nota sull’esecuzione. Non si contano le interpretazioni di pianisti che enfatizzano i contrasti dinamici di questo “dramma” strumentale confortando il discorso fin qui sviluppato. Quella che riportiamo di seguito tuttavia, oltre a essere condotta a un tempo leggermente più mosso rispetto al solito, tende ad attenuarli in vari punti. La scelta non intende contraddire i concetti che emergono dall’analisi, bensì evocare tramite uno strumento moderno il rapporto fra il Largo e mesto e la prassi esecutiva della fine del Settecento. Oltre infatti a richiamare come i pianoforti del tempo di Beethoven non avessero la potenza né l’escursione dinamica di quelli odierni, in tal modo viene assecondata una Aufführungspraxis in base alla quale le medesime indicazioni dinamiche erano da suonarsi in modo diverso a seconda del carattere generale del brano e della sua velocità [Türk 1789, 349]. Vigeva una concezione del suono “relativa”, ben lontana da quella “assoluta” emersa con le correnti neoclassiche del Novecento e che caratterizza le esecuzioni moderne. Il forte di un Adagio era solitamente “meno forte” di un Allegro. Nel caso del Largo e mesto si profilano pertanto due ipotesi: Beethoven aveva concepito una struttura meno drammatica di come suona generalmente oggi; oppure immaginava – visionario anche in questo – una dinamica ancora preclusa agli strumenti del suo tempo.
L’attenuazione dei contrasti fa inoltre risaltare la continuità dell’ostinato, in particolare nella sezione B, additando quella componente Wanderer della scrittura (vageriende) che il compositore strutturalista ma dedito all’alea Andrè Boucourechliev [1963, 29-31] ha intravisto nel Largo e mesto più della teleologia che abbiamo discusso nel presente saggio. [xxi] Tuttavia, anche il dipinto di Caspar Friedrich che qui campeggia sull’esecuzione non intende rinnegare la dialettica beethoveniana ma piuttosto indicare come essa non possa essere separata dai procedimenti di espansione momentaneamente privi di approdo presenti in questo movimento più che in opere precedenti (e successive).
Riguardo al modulo di bb. 36, 38 etc. la risonanza della sala ha indotto a un respiro sistematico dopo l’arpeggio iniziale alla mano sinistra in forte onde non confonderlo con le susseguenti figurazioni della mano destra (indicate piano ma qui più omogenee). Nella Coda, il respiro giunge in coincidenza della triade di re minore, climax dello sviluppo e della struttura complessiva, consentendo di percepire una vibrazione di ritorno, i.e. sinusoide della triade e pertanto delle armoniche della tonica. Viene così messa in relazione la natura ondulatoria del suono con il principio della ripetizione figurale che il compositore avrebbe ricercato fino alla fine ricorrendo sempre più alla forma della variazione (e della fuga) come indagine concentrica della materia sonora al cospetto della sua sordità.
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NOTE
[i] Questo articolo rielabora la tesina presentata da Samuele Guerzoni alla prova scritta del corso di Metodologia dell’analisi musicale II, Conservatorio “Vecchi-Tonelli”, Modena, a.a. 2023-2024 (docente Carlo Bianchi). Un ringraziamento al dott. Stefano Grigolato della biblioteca “Queriniana” di Brescia, per la consueta efficienza nel reperimento delle fonti, e al centro stampa Elle ventidue per la collaborazione alla veste grafica delle riproduzioni.
[ii] Forma tripartita secondo lo schema ABA’. La sezione B, anche definita «mediana contrastante», può contrastare dal punto di vista armonico ed avere natura, o meno, di sviluppo. Nel Minuetto l’elemento sviluppativo è più attenuato e si predilige un nuovo motivo contrastante; nello Scherzo la sezione B può invece imporsi come un vero e proprio sviluppo.
[iii] Vari teorici a partire da Adolf Bernhard Marx hanno individuato oltre cinque forme di Rondo che si trovano alternativamente in movimenti lenti e veloci. Per quelli lenti le forme ricorrenti semplici sono ABA; ABAB: ABACA dove il ritornello (A) viene inframezzato da episodi o temi indipendenti (B). In quelle più complesse (o “superiori”) dove al ritornello di alternano anche delle sezioni di sviluppo (C) o di Trio (C’) ricorrono nei tempi veloci ABA-C-ABA; ABA-CC’-ABA [Schoenberg 1947, 190-198].
[iv] Forma-sonata sui generis perché bitematica ma non tripartita, dal momento che anziché essere presente lo sviluppo il tema subordinato (alla dominante o al relativo maggiore, a seconda che il tono d’impianto sia maggiore o minore) è seguito dalla Ripresa del tema principale (ABA’B’).
[v] Basti osservare solo la piccola forma ternaria iniziale per notare come uno stesso elemento, rispettivamente, chiuda e apra due unità distinte. L’appoggiatura fa-mi di b. 2 conclude il motivo ed è utilizzata a b. 9 (all’ottava superiore) quale attacco della Sezione mediana contrastante.
[vi] Sgravata dalla teoria degli affetti e da imitazioni di linguaggi esterni, la forma-sonata si poneva come linguaggio autonomo in grado di articolare una struttura narrativa nella sua diversità tematica, nello sviluppo e nella ripresa. Già in Haydn la struttura è quella di un romanzo-sonata: «finalizzata a un racconto denso, con vari personaggi e vicende complesse, con un inizio e una fine» [Fubini 2001, 105].
[vii] Anche in questa unità formale di 8 battute, la frase consta di due gruppi di 4 battute che vengono chiamati, rispettivamente, presentazione e prosecuzione (o continuazione). La prima è composta dall’esposizione del motivo e dalla sua ripetizione. La seconda è invece uno sviluppo “in miniatura”, dal momento che è caratterizzato da frammentazione, accelerazione del ritmo armonico e di superficie, sequenze (o progressioni), liquidazione, inversioni, contrappunto o imitazioni.
[viii] Secondo Caplin è possibile suddividere la maggioranza delle ripetizioni in tre categorie: la prima categoria prevede la ripetizione esatta, o leggermente variata, del motivo (exact repetition), mentre le due categorie successive sono incentrate sulla ripetizione intesa come trasposizione del motivo alla dominante – non esatta (statement-response repetition); oppure esatta (sequential repetition) in quanto investe dimensione armonica e melodica [Caplin 1998 pp. 37-39]. Qui è utile richiamare l’espressione «costruzione per varianti» introdotta da Carl Dahlhaus [1978] la situazione in cui la ripetizione differisce solo in alcuni dei suoi elementi: in questo caso il fa3 di b. 1 è sostituito da un sol3 a b. 2.
[ix] Non si esauriscono qui i profili formali rintracciabili nelle forme classiche. Una seconda tipologia, definita ibrido 2, condivide con la precedente l’inizio consistente in un antecedente di un periodo seguito da una successione cadenzale. Nella terza tipologia, ibrido 3 le battute che dovrebbero costituire l’antecedente non si concludono con una cadenza sospesa, ma sono seguite da un ulteriore gruppo di 4 battute inquadrabili come prosecuzione (di una frase la cui presentazione, beninteso, non è presente). La quarta e ultima tipologia, ibrido 4, assomiglia ad un periodo sotto il profilo motivico-figurale: l’idea di base, prima metà dell’antecedente, viene infatti ripetuta all’inizio del conseguente (a cui, segue, analogamente all’antecedente, un’ulteriore idea contrastante che chiude l’unità formale); è il profilo armonico a differenziare l’ibrido 4 dal periodo: ciò che manca nel primo, ma caratterizza il secondo, è la cadenza sospesa (o comunque debole) al termine del primo gruppo di 4 battute.
[x] One way of limiting the length of a slow-movement sonata is to reduce the scope of the development. In such cases, the composer forgoes a full-fledged core (although there may be some brief model-sequence activity) and normally does not allow a development key to be cadentially confirmed. At times development may be so simple as to resemble a contrasting middle of the small ternary form [Caplin 1998, 211].
[xi] qui costituisce parte integrante della scrittura a testimoniare che gli abbellimenti non sono più ritenuti meri elementi accessori affidati alla discrezionalità dell’esecutore.
[xii] «Se il moto in ottavi del periodo iniziale era rimasto, curiosamente, senza conseguenze nelle 20 battute del seguito, ora la sezione in fa maggiore si ricollega ad esso in modo netto nella riproposta quasi letterale della croma di b. 5 […] mentre però la ripetizione nella b. 5 aveva un carattere passivo, era, per così dire, un decrescendo un estinguersi della precedente linea di ottavi, ora la nota ribattuta all’inizio vale come un elemento motivante, come un crescendo» [De La Motte 2020, 63].
[xiii] Per una sintetica disamina teorica dei rapporti linguistico-formali fra i primi e secondi movimenti di Sonata, cfr. Borio [2021, 169-171].
[xiv] „Der erste Satz einer Komposition ist ein Lebensakt im Komponisten. …“ [Marx 1859, 24].
[xv] «Il periodo di più intensa creatività è sicuramente quello dei primi dieci anni del secolo [1800] …» (Baroni-Fubini-Petazzi-Santi-Vinay 999, 245].
[xvi] A tale proposito Dahlhaus muove alcune osservazioni critiche all’analisi di De La Motte. … [De La Motte 2020, 72].
[xvii] «L’impressione uditiva dello sprofondare nel registro più grave …» [Id. 1998, 218].
[xviii] „Der zweite Satz, Largo e mesto überschrieben …“ [Marx 1884, 179].
[xix] Principio che si accorderebbe con un’ipotesi formulata da Andrea Lucchesini … [Bianchi 2007, 15].
[xx] Secondo Jaspers, il principio delle Grenzsituationen … [Cantillo 2001, 43].
[xxi] «Dove si trova il tema? Dappertutto, poiché in Beethoven bisogna rinunciare a cercare il tema necessariamente all’inizio …» [Tranchefort 1995, 135].






















