I maestri di Ludwig van Beethoven e la figura del compositore Andrea Lucchesi
Articolo a cura del Dott. Santi Notaro
I testi e i documenti di questa pagina sono stati curati dal dottor Santi Notaro, laureato in giurisprudenza presso l’università degli studi di Firenze ed ex magistrato, cultore e studioso della musica e della sua storia, con particolare riguardo ai grandi musicisti della prima scuola di Vienna (soprattutto, Beethoven).
Beethoven[1] ebbe dei veri e propri maestri che lo iniziarono allo studio del pianoforte, della composizione musicale e del contrappunto e che lo incoraggiarono nella pubblicazione dei primi lavori giovanili. Maestri che si alternarono sia durante il suo periodo di permanenza a Bonn, sia una volta che il giovane si trasferì a Vienna, città nella quale rimase fino alla morte. Ma argomentare su chi sia stato il primo, vero maestro del giovane Beethoven, porta inevitabilmente ad esaminare la questione (proposta da alcuni studiosi) del ruolo avuto, in merito, dal musicista italiano Andrea Lucchesi,[2] kapellmeister presso la Cappella musicale dell’Elettore di Bonn-Colonia, nel periodo in cui vi faceva parte il giovane Ludwig.[3]. Questo musicista italiano, dalla maggior parte dei musicologi, è stato ritenuto scarsamente influente sulla formazione artistica del nostro compositore, che invece sarebbe stato allievo del suo vice, Christian Gottlob Neefe.[4] Da altri, invece, è stato indicato come il vero, primo maestro di Beethoven, quando il giovane operava a Bonn.[5]
Come si avrà modo di verificare, peraltro, allo stato una tale tesi sembra basarsi su semplici supposizioni e senza che vi sia una adeguata documentazione a sostegno. Documentazione che, invece, supporta la tesi maggioritaria.
Quanto ai fatti (abbastanza documentati) va osservato che:
– Lucchesi fu invitato a Bonn dall’allora elettore Maximilian Friedrich nel 1771;
– con decreto dell’elettore del 26 maggio 1774 veniva nominato kapellmeister, assumendo l’incarico il giorno 27 successivo[6], incarico che manteneva pressochè ininterrottamente[7] fino all’ottobre 1794, quando la Corte (con la relativa Cappella) fu sciolta da Napoleone;
– il giovane Beethoven entrava a far parte dell’orchestra della Cappella di Bonn, come visto, nel giugno del 1782,[8] dapprima come violista e vice-organista e senza retribuzione; poi, nel giugno 1784, anche come cembalista, affiancando ed aiutando Neefe nell’accompagnamento dei lavori che la Cappella richiedeva,[9] con lo stipendio di 150 fl annui[10]
– Beethoven rimase al servizio del principe nella Cappella fino all’ottobre 1792, quando partiva per Vienna ove si stabiliva definitivamente, vivendo esclusivamente dei proventi della sua arte, come libero artista.
Le tesi dei revisionisti si basano, essenzialmente, sulle seguenti argomentazioni:
1) quando Beethoven entrava a far parte della orchestra della Cappella, a dirigerla c’era Lucchesi [11];
2) il compito di Lucchesi, quale kapellmeister, era quello di guidare “la Cappella dal punto di vista artistico e didattico” e di definire “i ruoli e le competenze dei suoi musicisti” [12];
3) era “difficile pensare che di fronte ad un allievo di talento il Kapellmeister si disinteressasse della sua formazione”[13];
4) come riferito da un violoncellista della detta Cappella, tale Bernhand Joseph Maeurer, un primo lavoro giovanile di Beethoven (la cantata in morte del ministro inglese George Cressner del 1781) sarebbe stato corretto da Lucchesi e per suo volere eseguito nella Cappella di Corte[14];
5) l’avere voluto oscurare la figura di un musicista italiano, sarebbe stata opera della musicologia tedesca, che non poteva ammettere che Lucchesi (un italiano) potesse avere avuto un ruolo tanto importante, sia come autore di lavori oggi attribuiti ad Haydn ed a Mozart, sia come maestro del grande Beethoven;[15]
6) “ad accreditare la voce che Neefe sia stato il maestro di Beethoven a Bonn storicamente è stato lo stesso Neefe” e, quindi, le “fonti su cui si sono basati gli storici sono gli articoli autocelebrativi scritti da Neefe”[16]. Ed anche se non era dato sapere quanto questi fosse attendibile, “resta il fatto che è lui stesso ad autoproclamarsi maestro di Beethoven, sia pure citando una lettera di Ludwig di cui non esiste traccia in altre fonti”[17];
7) “Nel 1785 Lucchesi incaricò Beethoven di eseguire le parti solistiche dei concerti di cembalo e affidò a Neefe l’accompagnamento”[18];
8) Beethoven non parlò mai di questo musicista come del suo maestro in età giovanile, “perchè Lucchesi era stato la bestia nera della sua famiglia a Bonn. Di fatto Lucchesi aveva esautorato il vecchio Kapellmeister Ludwig senior già dal 1771 e poi era stato preferito al tenore Johann nel 1774…”;[19]
9) probabilmente i 264 quaderni di conversazione distrutti da Schindler avrebbero chiarito qualcosa di importante sul punto.[20]
Christian Gottlob Neefe
Maximilian Friedrich von Königsegg-Rothenfels
Alle argomentazioni poste a fondamento del presunto ruolo di Lucchesi, si può obiettare quanto segue. Il fatto che questi fosse il kapellmeister della Cappella musicale di Bonn per ca 20 anni e che in detta Cappella operasse come musicista il giovane Beethoven, non vuol dire, per ciò stesso, che egli ne fosse il primo, vero maestro. Infatti la Cappella musicale, come era concepita all’epoca, era una struttura (legata alla nobiltà, alla municipalità od alla Chiesa) organizzata e finalizzata al fare musica su disposizione di chi ne era proprietario ed in determinate occasioni o ricorrenze.[21]
E nell’ambito di questa struttura organizzata vi era, in posizione apicale, il kapellmeister, che dirigeva il gruppo di cantanti e di strumentisti della Cappella[22] e che era responsabile del suo buon funzionamento: funzionamento che prevedeva che fosse questi a stabilire il repertorio che nella Cappella, di volta in volta, si doveva eseguire; che fosse lui ad occuparsi della relativa preparazione artistica e della organizzazione degli esecutori e che fosse lui a comporre, per la Cappella, opere e lavori (o ad ottenere copie di composizioni provenienti da altre Cappelle)[23].
Pertanto, compito principale del maestro di Cappella era quello di essere il responsabile di uno spettacolo musicale e la sua attività direttoriale ed organizzativa avveniva nell’interesse esclusivo di detta struttura.
Ma se questo era il compito del kapellmeister, appare di tutta evidenza che la presenza di Lucchesi, nella qualità indicata, abbia potuto influenzare Beethoven per il tipo di musica e per l’aria musicale che, per c.d, si respirava in quella Cappella. In altri termini, un conto era far parte della cd “bottega musicale” a capo della quale vi era Lucchesi, che indicava i lavori che andavano rappresentati e come essi andassero eseguiti; altro, studiare ed essere seguito regolarmente da un insegnante, che mettesse fra le mani del singolo allievo gli strumenti giusti. La asserzione di cui al punto 3), poi, si basa su una mera supposizione, ove si consideri che nell’organico della Cappella vi erano più giovani di talento e non risulta che costoro fossero seguiti nello studio da Lucchesi.[24]
Quanto a quella di cui al punto 4) e, cioè, che Lucchesi abbia corretto la cantata composta dal giovane Beethoven, ciò sarà dipeso dal fatto che essa venne fatta eseguire nell’ambito della attività della Cappella e, quindi, appare evidente che il suo kapellmeister, responsabile dei lavori che vi si rappresentavano, abbia sentito la necessità di correggerla, visto che era opera di un giovane compositore (Beethoven l’aveva composta nel 1781, quindi ad 11 anni). Ma questo singolo episodio non può affatto volere dire che egli studiasse con Lucchesi.[25] Anche la tesi che la musicologia tedesca abbia voluto oscurare un italiano (e per di più quale presunto maestro di Beethoven), non convince affatto. Anzitutto, la ipotesi della supposta avversione nei confronti dei musicisti italiani cade ove si evidenzi che è un fatto riconosciuto da tutti che, all’epoca, proprio i musicisti italiani erano tenuti in notevole considerazione, tanto da ricoprire importanti incarichi presso le corti europee. [26]
Quanto, poi, all’astio di Beethoven nei confronti di Lucchesi, perché musicista italiano, non va dimenticato che proprio il nostro compositore fu allievo dell’italiano Antonio Salieri, del quale non solo non parlò mai male, ma al quale dedicò, in segno di amicizia e di stima, le tre sonate per violino e pianoforte op. 12 e su un’aria del suo Falstaff compose dieci variazioni per pianoforte. Il tutto per dimostrare anche la sua innocenza, circa la voce che circolava sul suo presunto avvelenamento di Mozart.
Anche la considerazione (punto 7) di affidare a Beethoven il compito di eseguire le parti solistiche nei concerti di cembalo, insieme a Neefe, rientrava precisamente nelle mansioni di un kapellmeister il quale, come visto, doveva organizzare l’orchestra di corte in vista della esecuzione di lavori e, quindi, definire i ruoli e curare le competenze dei musicisti.[27]
Ma questo non è elemento di prova circa l’esistenza di un rapporto diretto allievo-maestro.
Che poi Beethoven non abbia mai parlato di Lucchesi come suo maestro (punto 8), in quanto questi sarebbe stato la bestia nera della sua famiglia, è circostanza che non pare avere riscontro alcuno, nemmeno di indizio. Infatti, quanto al nonno (Ludwig senior), questi era stato nominato da circa un decennio kapellmeister a Bonn in sostituzione di altro kapellmeister[28] ed era morto il 24 dicembre del 1773. Lucchesi, invece, era stato assunto in prova con contratto triennale nel 1771 e, alla morte di Ludwig senior, l’Elettore Maximilian Friedrich lo nominò kapellmeister nel maggio 1774, proprio in sostituzione del defunto Ludwig senior e rimanendo in questa carica fino all’ottobre 1794. Quanto al padre di Beethoven, il tenore di Corte Johann, è pacifico che questi avesse la voce in cattivo stato (quasi certamente a causa del bere), tanto che alla fine del 1772 era stato tolto dai ruoli attivi della Cappella ed impiegato nel solo insegnamento.[29] Pure in tal caso, quindi, nessuna correlazione con la assunzione di Lucchesi, che succedette, in modo del tutto corretto, al nonno di Beethoven nel 1774. Pure il fatto (punto 9) che se Schindler non avesse distrutto i circa 264 quaderni di conversazione di Beethoven, “probabilmente” essi avrebbero chiarito qualcosa sulla attuale questione, è pura deduzione senza alcuna veste probatoria[30].
A queste considerazioni, ne vanno aggiunte delle altre. Fu proprio Neefe, che evidentemente non giudicava completa l’istruzione musicale del suo allievo, a chiedere all’Elettore che questi andasse a Vienna per studiare con Mozart, cosa che avvenne nell’aprile del 1787.[31]
E’ documentato che il 2 novembre 1792[32] Beethoven abbandonava definitivamente Bonn e la sua Cappella, per andare a studiare con Haydn, e da quel momento la sua presenza a Vienna divenne definitiva fino alla morte, avvenuta il 26 marzo 1827. Il che dimostra non solo la marginalità della eventuale influenza di Lucchesi sulle conoscenze musicali di Beethoven, ma la insufficienza delle stesse (come già detto, Lucchesi rimase kapellmeister a Bonn fino al 1794) se Beethoven sentì il bisogno di andare a Vienna per studiare con i grandi maestri dell’epoca.[33]
Nè bisogna dimenticare che Neefe non era, per c.d., il primo venuto. Era un pianista- direttore d’orchestra e compositore ed era musicista di discendenza bachiana.[34] E’ vero che l’amico di Beethoven, Gerhard Wegeler, nelle sue memorie pubblicate più di un decennio dopo la morte del primo, avrebbe detto che Neefe influì “modestamente sull’educazione musicale del nostro Ludwig”[35]. Ma aggiungeva, anche, che Beethoven “lamentò le critiche che quegli, con eccessiva severità, espresse riguardo ai suoi primi tentativi di composizione”. Il che vuol dire, indirettamente, che Neefe seguiva Beethoven e che non si peritò a rivolgergli critiche, allorché questi mosse i primi passi nella composizione. Per concludere sul punto, una considerazione di carattere generale che riassuma e chiarisca quanto detto finora: ossia cosa si debba intendere per “maestro”.
Nella terminologia comune, maestro è colui che insegna un’arte, una disciplina (nel nostro caso, la musica). E l’insegnamento consiste nel trasmettere qualcosa di questa disciplina con metodo e con continuità. Non solo: nell’insegnamento il rapporto maestro-allievo è molto personale, nel senso che esso deve tenere conto della personalità, del carattere, della capacità e del grado di apprendimento e di evoluzione dell’allievo, al fine di curarne l’educazione specifica ed i progressi. Ed è proprio la sussistenza di questi requisiti che ha caratterizzato il rapporto Neefe-giovane Beethoven, per cui a buon diritto solo quest’ultimo può essere considerato (come ritenuto dalla storiografia italiana e straniera più accreditata), il primo, vero maestro del giovane Ludwig. Infatti è stato proprio lui che, conoscendo la predisposizione e le capacità dell’allievo affidatogli, gli ha messo a disposizione gli strumenti tecnici del mestiere per progredire nella scienza musicale[36], lo ha incoraggiato (ma anche rimproverato, quando qualcosa non andava) nei suoi studi, tanto da fargli pubblicare le prime composizioni e, cosa non meno importante, lo ha formato moralmente ed intellettualmente come artista completo, avvicinandolo ai principi illuministici dell’epoca, facendogli comprendere che sono fondamentali i concetti di libertà, di fratellanza e di solidarietà fra gli uomini[37] ed instillandogli il concetto dell’arte come missione.[38]
Insegnamento, quello sopra considerato, che non dette Lucchesi, in quanto il suo compito di kapellmeister, per il quale era stato chiamato a Bonn, aveva obiettivi diversi da quello di instaurare un vero rapporto maestro-allievo, tanto meno quello di formare il giovane Beethoven anche spiritualmente, con l’insegnamento degli ideali illuministici che circolavano nella Bonn dell’epoca. Ideali che, evidentemente, non interessavano il musicista di Motta di Livenza, che non pare facesse parte del circolo degli illuminati della città nel quale, invece, era introdotto Neefe.
In definitiva, le tesi favorevoli a Lucchesi si basano su termini come “è più probabile”; “è possibile, tuttavia, anche un’altra considerazione”; ”è difficile pensare che di fronte ad un
allievo di talento il kapellmeister si disinteressasse della sua formazione”; “…che presuppone però”: [39] ossia su meri indizi e mere supposizioni.
Ma ciò che contraddice le tesi revisionistiche è, come si evidenziava, l’esistenza di documenti inoppugnabili.[40]
1) Anzitutto, il resoconto di tale Carl Friederich Cramer, in una sua corrispondenza da Bonn datata 2 marzo 1783 sul giornale “Magazin der Musik,”[41] in cui si diceva testualmente: “Ludwig van Beethoven è un ragazzo di undici anni[42] dal talento molto promettente. Suona il pianoforte con molta bravura e forza, legge molto bene a prima vista e, per farla breve, suona per la maggior parte il Clavicembalo ben temperato di Bach che gli è stato messo in mano dal sig. Neefe…Il sig. Neefe l’ha avviato anche… al basso continuo. Ora gli dà lezioni di composizione e per incoraggiarlo, ha fatto incidere a Mannheim nove sue variazioni per pianoforte su un tema di marcia.[43] Questo giovane genio meriterebbe un sussidio per permettergli di viaggiare. Diventerebbe senz’altro un secondo Wolfgang Amadeus Mozart se continuasse a compiere progressi con questo ritmo”.[44]
2) La citazione di un altro giornale -il Litteratur und Theaterzeitung-[45] che riportava un commento sui dilettanti di Bonn e, tra gli altri, sul giovane Beethoven “che sta facendo passi da gigante sotto il suo insegnante Neefe”.
Magazin der Musik pubblicato ad Amburgo a cura di Carl Friedrich Cramer, 1783. Figure da 1 a 5. (documento originale proprietà del Centro Ricerche Musicali Beethoveniane)
3) Ancora: l’ Historisch biographisches Lexicon der Tonkunstler [46], uno dei più importanti dizionari, dove al tomo I -pag. 156-157- veniva indicato Beethoven “figlio del tenore di corte di Bonn, nato il 1772[47] e allievo di Neefe”.
4) Ancora: il Berlinische musikalische Zeitung che, nel 1793, riportava un articolo di Neefe che parla di Beethoven “secondo organista di corte ed è andato a Vienna a spese del nostro Elettore da Haydn, per migliorare le sue abilità”.[48]
5) Infine: un frammento di lettera indirizzata da Beethoven a Neefe, al quale scriveva: “La ringrazio per tutti i consigli che mi ha prodigato perchè io avanzassi nella mia arte divina. Se un giorno diventerò un grand’uomo, sarà anche per merito Suo, ciò le farà tanto più piacere in quanto ne può star sicuro”.[49]
Ampia documentazione, quella indicata, che contrasta con le obiezioni sollevate dai “revisionisti”, che hanno ritenuto le riportate affermazioni di Neefe “autocelebrative”.
Invero, quanto alla supposta “autopromozione” del predetto, quale maestro, quelle evidenziate non sembrano affatto dichiarazioni estemporanee, indicanti genericamente che il giovane Beethoven è stato suo allievo: si tratta di dichiarazioni che sono delle concise relazioni che ne evidenziano le capacità, i progressi ed i primi lavori (meritevoli di pubblicazione) e che documentano, in modo incontrovertibile, un percorso di studi seguito. Considerazioni che solo un maestro, che aveva guidato nell’insegnamento il giovane allievo, poteva fare. In più, queste dichiarazioni erano pubblicate su giornali o riviste specializzate
dell’epoca, la cui lettura era alla portata di chiunque. E fare circolare notizie non rispondenti al vero (o, peggio ancora, false) non avrebbe giovato nè allo stesso Neefe, né alla reputazione della Cappella, a capo della quale era Lucchesi. Fra l’altro, proprio perchè di pubblico dominio, appare veramente strano che nessuno le abbia mai smentite, o quanto meno ridimensionate, a cominciare dai diretti interessati: Lucchesi innanzitutto e Beethoven.
Anzi, non ci sono pervenute citazioni (dirette o indirette) di quest’ultimo, che ricordino il primo fra i suoi insegnanti.
Argomentare diversamente, vorrebbe dire che Neefe avrebbe architettato una vera e propria campagna non veritiera ai danni di Lucchesi e dello stesso Beethoven cosa, agli atti, non dimostrata.
Invece, il fatto che né Lucchesi, né Beethoven, né altri abbiano mai smentito quanto pubblicato nei detti documenti, dimostra esattamente il contrario e, cioè, che fu proprio Lucchesi ad affidare il giovane Beethoven al suo vice Neefe, perchè ne curasse l’insegnamento a 360 gradi[50].
Nessun complotto, quindi, ai danni di un apprezzato musicista italiano, ma questioni di normale organizzazione nell’ambito della complessa attività di una cappella musicale, tra le cui funzioni di kapellmeister rientravano, in quest’ottica, anche quelle di delegarne alcune ai propri collaboratori.[51]
Litteratur- und Theaterzeitung, No. 34, del 23 Agosto 1783. Figure 6 e 7. e Magazin der Musik pubblicato ad Amburgo a cura di Carl Friedrich Cramer, 1787. Figura 8 (documento originale proprietà del Centro Ricerche Musicali Beethoveniane)
Anche le altre tesi revisioniste (pur nello spirito meritevole di servire la verità) non pare, dopo tutto, che affermino fatti storicamente accertati, limitandosi ad osservazioni generiche.
Infatti i primi timidi approcci sul tema sono stati del musicologo italiano Fausto Torrefranca,[52] il quale scriveva: “Non dimentichiamo che a Bonn vi era un musicista italiano, il Luchesi…e…data la falsità dell’indirizzo storico fin qui seguito, è assai probabile che non si sia correttamente indagato circa i veri maestri spirituali dell’infanzia e della giovinezza del grande maestro fiammingo-tedesco” [Beethoven].
Con maggiore decisione si muoveva il musicologo tedesco Theodor Anton Henseler[53] che definiva Lucchesi “come il più importante esponente della musica della corte del Principe di Bonn”, evidenziandone “l’attività…e l’influsso che, attraverso l’esempio e i lavori, nell’opera, nel concerto e nella chiesa, ha avuto nello sviluppo artistico del giovane Beethoven, che per lunghi anni fu alle sue dipendenze in orchestra”.
Sulla scia di Henseler si muoveva pure la musicologa Claudia Valder Knechtges,[54] la quale evidenziava che la musica di Lucchesi avrebbe contribuito alla assimilazione, da parte di Beethoven, di quelle conquiste italiane che Christian Bach e Mozart conobbero in Italia[55].
Come si vede, in tali lavori si parla, al più, di “influenze” dell’operato di Lucchesi, che sarebbero state “assimilate” dal giovane Beethoven: ma da qui ad affermare che il musicista
italiano sia stato il suo primo, vero maestro, ne corre. Basti pensare che qualsiasi artista, in qualsiasi campo, ha certamente subito influenze altrui, evidenziabili nei propri lavori. Ma non per questo si può parlare di maestri e di discepoli.
Da ultimo, anche altri studiosi[56] hanno posto il problema della primogenitura dell’insegnamento di Lucchesi, ma non risulta che, al di là di affermazioni di massima, ne abbiano fornito prove certe o, quanto meno, fondate.[57]
Giustamente è stato detto[58]: “Ma Luchesi è stato veramente il maestro della giovinezza del titano? Se le prove esistono, perché non sono state cercate o certificate? Se non esistono, è inutile insistere in deduzioni: la storia non si scrive con le ali degli angeli”.
Indubbiamente cercare la verità è opera meritoria. Ma per poterla affermare, e conclamare, essa si deve basare su prove ed elementi certi.
“I maestri di Ludwig van Beethoven e la figura del compositore Andrea Lucchesi”.
Articolo originale disponibile “Flowpaper” a cura del Dott. Santi Notaro
Note de “I maestri di Ludwig van Beethoven e la figura del compositore Andrea Lucchesi”.
Articolo a cura del Dott. Santi Notaro











