Hess 63 Edizione pianistica diteggiata per l’amico Wegeler del «Kaplied» di Schubart
Hess 63 – Edizione pianistica diteggiata per l’amico Wegeler del «Kaplied» di Schubart, 1788-1790, pubblicata in fac-simile da Leopold Schmidt in appendice alle Beethoven-Briefe an N. Simrock, F. G. Wegeler, ecc., Berlino, 1909, e recentemente a stampa da Willy Hess nel nono fascicolo dei Supplementi Zur GA., 1965. Bruers 289 – Hess 63 – Peters 14 – Schmidt pagina 216-217.
La Canzone del Capo (Kaplied) fu scritta nella primavera del 1787 da Christian Friedrich Daniel Schubart (Obertsontheim, 24 marzo 1739 – Stoccarda, 10 ottobre 1791) poeta, scrittore e compositore tedesco.

Tipico esponente dello Sturm und Drang per le concezioni espresse nei suoi scritti letterari e teorici (le sue Idee per un’estetica della musica vennero pubblicate in un volume dopo la sua morte, nel 1806), fu nominato direttore della musica e poeta di corte a Stoccarda. Fu autore di libretti d’opera e di cantate, nonché di liriche, alcune delle quali musicate da Franz Schubert. Egli stesso compose numerosi lieder di fresca intonazione popolare, sonate e pezzi per pianoforte.
Fu fondatore a Ulma nel 1774 della battagliera “Deutsche Chronik” in occasione della partenza per il Capo di Buona Speranza del reggimento Wuttemberghese ceduto dal duca Carlo Eugenio alla Compagnia delle Indie Orientali che si diffuse rapidamente nei paesi tedeschi. La stesura originaria, a quanto risulta da una vecchia edizione, era anch’essa in due righe, con le parole del canto sotto la prima. Beethoven non ha fatto che ricopiarla, con qualche lieve differenza nella notazione (o forse la ha riscritta a memoria), omettendo le parole ed aggiungendovi, per comodità dell’amico, la diteggiatura.
L’autografo si trova a Coblenza, presso i discendenti della famiglia Wegeler.
Nel febbraio del 1787, quando Christian Friedrich Daniel Schubart ottiene finalmente il permesso di pubblicare un piccolo fascicolo poetico-musicale, la sua firma porta ancora l’ombra di dieci anni di prigionia nella fortezza di Hohenasperg. È un uomo che ha visto dall’interno la macchina repressiva del ducato di Württemberg, e che conosce per esperienza diretta la logica spietata con cui Karl Eugen tratta i suoi sudditi. In quegli stessi anni, il duca ha stipulato accordi con la Compagnia Olandese delle Indie Orientali per fornire contingenti di soldati tedeschi destinati al Capo di Buona Speranza: giovani contadini, artigiani, braccianti, spesso reclutati con la forza, trasformati in merce militare. Tra il 1785 e il 1787 ne partiranno più di tremila; ne torneranno poco più di cento. La statistica, già di per sé crudele, diventa tragedia quando la si osserva dal punto di vista delle famiglie che vedono sparire i figli senza ritorno.
È in questo contesto che nasce il fascicolo Zwey Kaplieder von Schubart. Im Februar 1787, un documento che oggi appare come un piccolo monumento alla verità emotiva e sociale di quell’epoca. Le pagine che conservi — con il frontespizio in carattere gotico, il timbro della biblioteca di Stoccarda, le partiture incise con cura — permettono di ricostruire con precisione la struttura originaria: due canti, due prospettive, due funzioni. Il primo, l’Erstes Caplied, reca l’indicazione “Affektvoll” e si apre con un verso che è già un programma poetico: “Auf, auf ihr Brüder, und seid stark! Der Abschiedstag ist da.” È un canto d’addio, costruito secondo una retorica affettiva che appartiene pienamente allo Sturm und Drang, ma che Schubart piega a un realismo quasi documentario. Le strofe — che nel fascicolo compaiono anche in forma poetica autonoma sotto il titolo Abschiedslied — seguono un percorso narrativo coerente: l’annuncio della partenza, il cerchio degli affetti che si stringe attorno al soldato, la fidanzata che si aggrappa al collo come un’ultima ancora, i genitori che porgono la mano “zum letztemmal”, il silenzio che cala quando le parole non bastano più. È un addio che non ha nulla di eroico: è un addio sociale, antropologico, quasi etnografico. Schubart registra la voce dei soldati, non quella dei loro comandanti.
La musica dell’Erstes Caplied, con il suo andamento quasi corale, sottolinea questa dimensione comunitaria. L’accompagnamento, semplice ma non banale, sostiene la linea vocale con sospensioni armoniche che amplificano il peso emotivo dei versi. Non è un Lied da salotto, né un canto popolare nel senso ottocentesco del termine: è un ibrido, un canto “civile” ante litteram, concepito per essere eseguito in contesti collettivi, forse persino nelle stesse comunità che vedevano partire i loro giovani.
Il secondo canto, lo Zweytes Caplied, cambia completamente registro. L’indicazione metrica (3/8), l’incipit “Hellauf, Kameraden! Der kriegerische Ton der Trommel und Pfeiffe…”, la struttura strofica più serrata, tutto concorre a costruire un Marschlied, un canto di marcia. Ma la sua funzione non è quella di esaltare la disciplina militare: Schubart mette in scena la retorica del potere, la voce ufficiale che tenta di convincere i soldati che l’Africa è un luogo di opportunità, di ricchezze, di “Ehre und Gold”. Le strofe che seguono — quelle che nel fascicolo compaiono anche come testo autonomo, con immagini di frutti, vento, vino, ragazze “schwärzlich und weißlich und braun” — sono un catalogo di promesse coloniali che Schubart presenta con una lucidità quasi clinica. Non c’è adesione, non c’è entusiasmo: c’è la distanza critica di chi conosce la realtà e ne smonta i meccanismi dall’interno.
La sezione “Für den Trupp”, che chiude il fascicolo, accentua ulteriormente questa dimensione. Qui la voce non è più quella del soldato, ma quella dell’istituzione: la tromba, il tamburo, l’ordine di non voltarsi indietro, il divieto di piangere, l’obbedienza come unica virtù. È un testo che sembra scritto per essere urlato in una piazza d’armi, e proprio per questo rivela la sua natura di controcanto ideologico rispetto all’umanità del primo Kaplied. Schubart costruisce così un dittico perfettamente calibrato: da un lato la verità emotiva dei soldati, dall’altro la retorica del potere che li manda a morire.
La ricezione dei Kaplieder è complessa. Nel tardo Settecento circolano in raccolte popolari sveve; nel 1790 Beethoven realizza una riduzione pianistica dell’Erstes Caplied, segno che il testo aveva raggiunto una certa notorietà. Nell’Ottocento, però, il dittico viene progressivamente frainteso: il primo canto viene talvolta interpretato come un Lied patriottico, il secondo come un canto militare da caserma, perdendo così la loro funzione originaria di denuncia. Nel Novecento, soprattutto durante il periodo nazionalista, il primo Kaplied viene persino strumentalizzato, mentre il secondo viene isolato come esempio di “spirito guerriero”, in un rovesciamento totale del senso schubartiano. Solo gli studi filologici del dopoguerra — e oggi la possibilità di consultare i facsimili originali — permettono di restituire al dittico la sua natura autentica: un documento storico e musicale che racconta, con precisione quasi antropologica, la condizione dei soldati svevi destinati al Capo.
Oggi, riletto con attenzione, il fascicolo del febbraio 1787 appare come una delle testimonianze più lucide della cultura tedesca pre-rivoluzionaria: un’opera che unisce poesia, musica e critica sociale; un piccolo dramma in due atti che mette in scena la tensione tra individuo e potere; un frammento di storia coloniale europea raccontato non dai vincitori, ma dalle vittime. E proprio per questo, forse, è un testo che merita di tornare a parlare al presente.
Hess 63 fa parte del progetto “La ricerca diventa Arte”
Una nuova vita per le opere sconosciute di Ludwig van Beethoven: Un’ esplorazione artistica a cura del pianista maestro Emanuele Stracchi












