La nuova stampa musicale

Manifesto d’una nuova impresa di stampare la musica in caratteri gettati nel modo stesso come si scrive.

Introduzione

Oggi parleremo di un importante saggio che venne pubblicato nel 1765 e che rivoluzionò la metodologia di stampare le note musicali in Italia.

Si tratta dello scritto di Giacomo Falconi: Manifesto d’una nuova impresa di stampare la musica in caratteri gettati nel modo stesso come si scrive.

Questo piccolo libretto venne pubblicato a Venezia dal tipografo De Castro nel 1765; consiste in 5 pagine in 8° con 2 tavole musicali. In questa rara pubblicazione si espone un nuovo modo di stampa per le scritture musicali attraverso l’uso di caratteri mobili ad opera di Giacomo Falconi. Il saggio espone alcuni cenni relativi all’origine della musica e ai vari caratteri utilizzati per la stampa della scrittura musicale che, sino ad allora, si avvaleva di punzoni realizzati sui modelli cinquecenteschi che, a distanza di secoli risultavano poco fruibili. Anche il mezzo dell’incisione all’acquaforte, secondo Falconi, risultava essere eccessivamente dispendioso. A tal fine, avendo intrapreso il tipografo De Castro la stampa dell’opera del Paolucci, Arte pratica di contrapunto, che parleremo successivamente, sono stati utilizzati questi nuovi caratteri di cui, in questo specimen, viene dato un saggio con la stampa di un brano musicale per mezzo sia dei vecchi che dei nuovi caratteri. Analoghi esperimenti vennero realizzati in Francia da parte di Fournier, incisore e fonditore che realizzo’ un analogo svecchiamento dei caratteri musicali a stampa e dei quali pubblicò un saggio nel 1756. [Fetis, Biographie…, 2, p. 301: ‘…ces caracteres servirent a’ imprimer L’arte pratica del contrapunto du P. Paolucci…’. ]

Antonio De Castro (1713-1793) fu un librario e stampatore attivo a Venezia nella seconda metà del Settecento, svolse tra il 1765 e il 1772 una limitata ma importante attività nel settore musicale, molto significativa per il metodo di stampa utilizzato.

De Castro risultava iscritto alla Mariegola il 3 dicembre 1748 e qualche anno dopo, nel 1751, iniziava a stampare il periodico, redatto da G.D. Baysel, “Magazzino universale aperto per l’utilità e per il diletto di tutti”.

Soggiornò a lungo in Spagna per conto del libraio Orazio Poletti, specializzandosi nell’acquisto di privilegi di stampatori madrileni, per poi disporne la stampa a Venezia. Nel 1765 avviava la sua prima pubblicazione di argomento musicale realizzando, con nuovi caratteri tipografici, l’edizione del I tomo dell’Arte pratica di contrappunto dimostrata con esempj di varj autori di G. Paolucci.

Già allievo di Padre Martini, e come lui minore conventuale, Paolucci a quel tempo era maestro di cappella nella chiesa dei Frari a Venezia. Il suo importante trattato, dedicato alla «cavaliera procuratessa Chiara Marcello Zeno», servirà anche da modello per il celebre trattato di contrappunto (1774-75) del Martini stesso. Dopo essersi rivolto infruttuosamente al bolognese Dalla Volpe, Paolucci, nel marzo 1765, scelse De Castro che completò la stampa del I vol. – non senza screzi con il compositore, che lamentava l’eccessiva lentezza – alla fine di settembre 1765.

Per l’occasione De Castro diffuse appunto il saggio descritto sopra Manifesto d’una nuova impresa di stampare la musica in caratteri gettati nel modo stesso come si scrive, prezioso documento sull’arte della stampa in cinque pagine, corredato da due tavole “incise gettate dal M. Rev. Sig. D. Giacomo Falconi”, non solo veniva descritto il lavoro di Paolucci ed erano rese note le condizioni di associazione in 8 lire venete, ma era  allegato, come modello dei caratteri usati per la stampa degli esempi musicali del’opera, il duetto accompagnato da un basso Quando sono vicino all’idol mio, stampato sia con i vecchi caratteri romboidali, sia con il nuovo metodo realizzato dal Falconi.

De Castro, criticando nel suo Manifesto l’insoddisfacente sistema di stampa praticato dai più ed ottenuto attraverso l’incisione su lastra di rame, sosteneva che «si è perciò studiato il mezzo di stampare qualunque composizione in caratteri uniformi a que’ della musica scritta; in guisa che, gittati questi in quelle spezzature medesime, in che si gittano le lettere dell’alfabetto, si viene ad agevolarne la stampa, non che a minorarne la spesa; ed a soddisfare ad un tratto quelle persone, che mancano delle più eccellenti opere in questo genere».

L’anno seguente De Castro, sebbene impegnato con la stampa del II tomo del trattato del Paolucci, licenziava, con lo stesso procedimento illustrato nel Manifesto, alcuni brani di autore anonimo: Duetti galanti e facili n. XXIV, da cantarsi al cembalo; s’aggiungono n. VI canoni a tre voci. Gli uni e gli altri composti da vari celebri autori viventi; nell’agosto 1767 pubblicava le Preces octo vocibus concinendae di Paolucci, mentre per la stampa del III tomo dell’Arte pratica di contrappunto si dovette attendere il 1772.

Un  lungo articolo dal titolo  Nuovi incrementi dell’Arte della Stampa in Venezia, per rapporto alla Musica,  presente nel numero XVII del 26 Ottobre 1765 del “Giornale d’Italia” (e qui riprodotto integralmente), ne parla in dettaglio sulla nuova tecnica e i vantaggi e che qui riportiamo integralmente:

Nella stessa maniera, che gli uomini inventarono segni e caratteri, per comunicarsi scambievolmente, mercé la combinazione dei medesimi, i loro sentimenti, così pure escogitarono note figure, per dirigere la varia modulazione delle voci e de’ suoni sotto quelle leggi armoniche, che costituiscono la nobilissima Scienza della Musica. V’hanno gran quistioni fra gli eruditi intorno i segni della Musica Ebraica, e di alcune altre Nazioni Orientali. Gli antichi Greci si servirono delle loro lettere dell’alfabeto, e comecchè i Romani dagli stessi appararono la Musica, di esse lettere similmente fecero uso. San Gregorio sostituì ai caratteri Greci sette lettere latine, che da lui furono dette Gregoriane. Guido Aretino nel 1300, secondo alcuni, oppure Franchino Gaffurio ad opinioni di altri, cambiò le lettere in sillabe, che furono l’Ut, re, mi, fa, sol, la, traendole dall’inno che canta la Chiesa in onore di San Giovanni; UT queant laxis / REsonare fibris / MIra gestorum / FAmuli tuorum / SOLve polluti / LAbii reatum, Sancte Iohannes [“affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato, o santo Giovanni, dalle loro labbra indegne”]. Queste sillabe, che vennero disposte sopra le linee, servirono poi, come tutt’ora servono a facilitare la lettura delle Note Musicali. Il suddetto Aretino fu l’inventore de’ punti, de’ quali se ne trovarono di varia figura, talvolta semplici, ad alle volte con le code, quando unite, quando sciolte, e quando tortuose a maniera di geroglifici. Questi in progetto si ridussero quasi quadrati, ond’ebbero origine le nostre Note correnti del Canto fermo, che stabile figura non ebbero; alcune essendo rotonde, altre quadrate, ed anche a romboide diversamente caudate. Venne successivamente Giovanni de Muris Francese, da cui nel 1353 furono inventate le otto figure Musicali. Tal invenzione fu adottata dai più celebri Professori di que’ tempi; ed  abbenché l’arte del comporre avesse la denominazione di Contrappunto dai punti, co’ quali si componeva, la mutazione nonostante di punti, co’ quali si componeva, la mutazione nonostante di punti in Note, non fece perderle la denominazione, essendosi sempre continuato a chiamarla Contrappunto.

Queste ultime figure furono quelle, che vennero di continuo usate fin a’ giorni nostri, essendosi con esse stampate varie Opere Musicali, fra cui è celebre quella de’ Salmi del Veneto Patrizio Benedetto Marcello, pubblicato nell’anno 1724.

Ma poiché ultimamente fu raffinato oltre modo riguardo alla scrittura musicale sì cambiando affatto la figura romboidale delle Note, sì introducendo varie maniere di legature delle Note medesime, n’è seguito, che la Musica sia restata priva di quel sussidio, che proviene dalla stampa rispetto ad ogni arte e scienza.

Decaduto dunque l’uso delle dette figure romboidali, e resa poco intelligibile quella maniera di scrittura, non altra via restò, per diffondere le composizioni Musicali, che quella, o di spargere manoscritte, o di farlo incidere sopra piastre di rame o di legno, o di stagno. Dei quali modi siccome il primo non è atto a spargere con facilità e prestezza tutto ciò che hai di bello, e di dotto nei generi varj della Musica tutto dì viene creato da valenti Professori della medesima, l’altro poi, al sommo dispendioso, priva ugualmente di poter dar fuore, ciò che veramente meriterebbe di essere pubblicato, onde far conoscere gl’incrementi di questa Scienza e ciò, che potrebbe servire di scorta sicura a que’, che sono intesi all’acquisto della medesima.

Onde supplir dunque ad entrambi i detti inconvenienti, era d’uopo trovare una maniera di stampare la Scrittura Musicale secondo il sistema in cui ella presentemente ritrovasi; che le stampe potessero eseguirsi con facilità e prestezza, e che potessero essere acquistate con un prezzo mediocrissimo.

Ciò è stato eseguito e mirabilmente dal Sig. D. Jacopo Falconi Veneziano. Egli ha formato le madri, ed incise queste nuove Note con le loro spezzatura, legatura e quant’altro occorre per recare sotto l’occhio la Musica composizione nitidamente impressa, come n’é dei comuni caratteri della stampa.

Il Libro in cui viene fatt’uso di questa nuova pruova questo titolo: Arte pratica di Contrappunto dimostrata con esempi di vari Autori, e con osservazioni di Fr. Giuseppe Paolucci, Minor Conventuale. Tomo I, In Venezia 1765 per Antonio de Castro.

Nel Manifesto dato fuori da questo Librajo per far conoscere al Pubblico la natura e la qualità di tale suo imprendimento, v’hanno due fogli spiegati, uno de’ quali esibisce il saggio della nuova maniera di stampare la Musica in un pezzo d’arietta con note e parole, e l’altro reca sotto gli occhi (onde se ne faccia il confronto) questa medesima composizioni con le note quali usavansi in tempo del Marcello, cioè trent’anni in addietro.

Riguardo poi a ciò, ch’è contenuto nel detto volume primo, di figura di 4.0 e di pag. 269 vi si veggono per opera del suddetto P. Paolucci raccolte ed esposte parecchie composizioni Musicali a due, tre, quattro, e anche più voci, le quali o come parti dei più insigni e celebri Maestri de’ tempi passati, de’ presenti, sono da reputarsi pregevolissime, massime essendo di vario stile e di varia condotta. Esso Padre, vi ha aggiunto alle stesse, a maniere di note, non poche osservazioni trascelte da’ più rinomati Scrittori dell’arte pratica della Musica, e singolarmente del Contrappunto, per l’oggetto di farvi rilevare la varia maniera di bene e lodevolmente comporre; la differenza dello stile, ch’era in uso per lo addietro, da quello che a’ dì nostri è più comune, e gradito, e alla fine, le bellezze, e gli artificj della Musica, ugualmente che i difetti.

Quindici sono le composizioni o gli esempj recati in questo primo volume, ed appartengono tutte a celebri Maestri, cioè ad Orlando Lasso, a Jacopo Antonio Perti, a Carlo Maria Clari, al Palestrina, al Caldara, a Benedetto Marcello, a Giuseppe Berrabei, a Ludovico Vittoria, a Gianpaolo Colonna, a Costanzo Porta, a Matteo Asola.

Queste composizioni sono a due, e tre voci, e così pure alcune quattro. Altre a più di quattro voci sonosi riserbate per due altri Volumi, da cui il presente verrà seguito. L’edizione è bella e magnifica, e di vero il prezzo de’ volumi, fissato a Lire 8. Viniziane per ognuno, è tenuissimo, qualora considerisi la spesa grande, che ha bisognato fare nell’incisione, e nelle madri dei caratteri musicali. E’ quest’Opera insomma una prova ben sicura della diligenza del libraio de Castro e dell’attenzione che adopera per distinguersi nella sua professione.

 

Giuseppe Paolucci, fu un teorico della musica e compositore italiano (Siena 25 Maggio 1726- Assisi 26 Aprile 1776). Frate minore conventuale nel convento di San Francesco di Prato, studiò alla scuola di padre Giovan Battista Martini in San Francesco di Bologna, dove nel 1756 venne designato come successore del suo maestro nella direzione della cappella. Alla fine dell’anno fu invece chiamato alla direzione della cappella di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, dove rimase fino al 1761, quando passò a dirigere la cappella di San Francesco di Perugia.

Dal 1764 al 1771 fu maestro di cappella in San Martino dei Servi di Maria a Senigallia, e dal 1771 alla morte fu maestro di cappella nella Basilica di San Francesco ad Assisi.

Tra i suoi scritti vi sono i tre volumi dell’Arte pratica di contrappunto, Venezia 1765-1772, corredata di esempi dei più apprezzati autori e precorritrice del Saggio fondamentale di contrappunto del padre G. B. Martini.

Gli esempi riportati sono tratti dai lavori dei grandi maestri del passato quali Palestrina, Lasso, Caldara, Marcello, Vittoria, Bernabei, nonché J. J. Fuchs e Händel.

Pubblicò: Preces Octo vocibus conci nendae (Venezia 1767, De Castro) e lasciò come manoscritti 231 composizioni di musica sacra e altre di musica profana.

Giacomo Falconi, fu un editore e stampatore italiano (XVIII sec. – ?). Contemporaneamente a S. P. Fournier (1712-1768), ideò nuovi caratteri musicali di forma rotonda da sostituire ai vecchi caratteri a losanga. Se ne servì fra l’altro, e forse  per la prima volta, per stampare l’Arte pratica di contrappunto di P. Paolucci; introdusse nella tipografia musicale i tipi delle note a testa rotonda in sostituzione di quelli delle note a testa quadra, inventati due secoli innanzi e usati dall’italiano Ottaviano de’ Petrucci.

In tutto questa novità editoriale c’è anche un riferimento che lega Paolucci a Beethoven è Luchesi; infatti il compositore veneto si giovò degli insegnamenti di Giuseppe Paolucci, che nel 1768 conferma l’insegnamento a Luchesi, dando credito alla segnalazione di C. G. Neefe al Cramer Magazin, non si dimostra molto tenero con il suo scolaro, forse perché critico delle teorie contrappuntistiche sviluppate nell’ambiente padovano da A. Callegari, P. Vallotti, G. Tartini e dal conte G. Riccati, che Luchesi stesso, dal 1764, seguirà intensamente.  A proposito dell’insegnamento di Paolucci e di questo lavoro T. A. Henserl scrive:

Certamente Paolucci aveva già lavorato alla raccolta di questi pezzi negli anni Cinquanta e insegnato all’allievo secondo questi maestri, ovviamente Luchesi ricevette da Paolucci i sottili insegnamenti sulla “differenza di stili”, sugli stili a cappella e pieno, fugato e concertato, ecclesiastico e profano, che si possono trovare in quest’opera. […] Quando nel corso degli anni Luchesi si dimostrerà un maestro della tecnica della composizione rigorosa nei suoi lavori sacri, probabilmente lo deve soprattutto a Paolucci.

Dobbiamo ringraziare Falconi e l’editore De Castro per averci portato in una nuova era della stampa musicale.

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