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Beethoven, Viganò, Gioja, l’ invenzione del coreodramma
Pagina introduttiva ai coreodrammi che presentano musiche di Beethoven.
Agli inizi del XIX secolo, nel crocevia fra l’ultimo respiro del Classicismo e i primi fremiti del Romanticismo, prende forma un nuovo linguaggio teatrale: il coreodramma. Né balletto, né pantomima, né dramma musicale, esso è una forma ibrida in cui danza, gesto, pantomima e musica confluiscono in un’unica, ininterrotta azione drammatica. Al centro di questa trasformazione si stagliano tre figure: Salvatore Viganò, la presenza parallela e complementare di Gaetano Gioja, e un compositore che, pur non essendo uomo di teatro danzato, ne diviene uno dei protagonisti inattesi: Ludwig van Beethoven.
Il coreodramma nasce dal ballet d’action settecentesco, ma ne supera i limiti strutturali. La sua estetica si fonda su alcuni principi cardine: • Unità drammatica: la musica non è una successione di numeri, ma un flusso narrativo coerente. • Centralità del gesto: la pantomima non è ornamento, bensì linguaggio espressivo primario. • Il corpo di ballo come massa drammatica: folle, sacerdoti, eserciti, vestali diventano personaggi collettivi. • Riduzione del virtuosismo isolato: lo spettacolo non è mai fine a sé stesso, ma serve la narrazione. • La musica come architettura emotiva: la partitura sostiene, amplifica e struttura l’azione scenica.
Ne scaturisce un teatro “senza parole” e tuttavia profondamente eloquente, in cui la danza si fa dramma incarnato.
Napoletano di nascita e formato dallo zio Luigi Boccherini, Viganò porta nella danza una rara consapevolezza musicale. Tale formazione gli consente di concepire la coreografia non come una catena di passi, ma come una struttura integrata, musicale e drammatica insieme. Tra il 1799 e il 1803 è maître de ballet al Burgtheater di Vienna, dove crea Die Geschöpfe des Prometheus, Op. 43: il balletto che segna l’incontro di due innovatori. Da un lato Viganò, alla ricerca di una musica capace di sostenere un dramma corporeo complesso; dall’altro Beethoven, intento a esplorare nuove possibilità narrative all’interno della musica strumentale. La partitura beethoveniana non è accompagnamento: è architettura drammatica, con motivi ricorrenti, caratterizzazione psicologica e una costruzione proto‑sinfonica che anticipa lo stile maturo del compositore.
Stabilitosi a Milano dal 1812, Viganò dà vita ai suoi capolavori: • Prometeo (1813) – monumentale rielaborazione del soggetto viennese. • La Vestale (1818) – un “grand ballet tragique” in cinque atti costruito come pastiche musicale (Spontini, Rossini, Mozart, Beethoven). • I Titani (1819) – spettacolo visionario che prefigura l’estetica romantica.
Il frammento beethoveniano Emilia ritorna in sé, tratto da Egmont, Op. 84, è collocato nel momento psicologicamente più denso del balletto: il risveglio di Emilia, lacerata tra amore e dovere sacro. Qui la musica di Beethoven, nata per il dramma goethiano, diviene musica dell’interiorità, perfettamente allineata al linguaggio coreodrammatico.
Se Viganò è l’inventore del coreodramma, Gaetano Gioja ne rappresenta la controparte più teatrale e narrativa. Gioja eccelle nel balletto pantomimico storico, genere che condivide con il coreodramma la complessità narrativa, la centralità espressiva del gesto, i grandi quadri scenici e l’uso drammatico del corpo di ballo. La sua celebre Gundeberga (Napoli, 1822), articolata in sei atti, rivela la stessa ambizione drammaturgica che anima le opere di Viganò. Pur non avendo mai collaborato direttamente con Beethoven, Gioja opera nello stesso ecosistema teatrale in cui la musica beethoveniana viene adattata, trascritta, inserita in pasticci, utilizzata come materiale drammatico. La sua presenza è dunque essenziale per comprendere come il teatro danzato italiano abbia accolto e trasformato la musica di Beethoven.
Beethoven non è, per natura, un “compositore da balletto”. Eppure, nel contesto del coreodramma, la sua musica acquisisce una funzione narrativa, una dimensione psicologica, una capacità di incarnare il gesto. Prometeo (1813): nella versione milanese, Viganò reimmagina il mito con monumentalità teatrale, proseguendo l’eredità beethoveniana. La Vestale (1818): il frammento da Egmont diviene il fulcro emotivo del balletto, dimostrando come Beethoven potesse essere “coreodrammatico” anche senza volerlo.
Il coreodramma è uno degli esperimenti più radicali del primo Ottocento nella fusione delle arti. In questo laboratorio teatrale: Viganò inventa un nuovo linguaggio, Gioja lo sviluppa e lo diffonde, Beethoven gli offre una voce musicale nuova — drammatica, psicologica, profondamente teatrale. Ne nasce un capitolo affascinante della storia del teatro europeo, in cui la danza diventa pensiero, la musica diventa gesto e il corpo diventa dramma.
Gli uomini di Prometeo
di Salvatore Viganò
“La Vestale” Gran ballo tragico
Ridotto per Cembalo solo / Dall’Editore
“Raccolta Di varj e migliori pezzi di musica per Forte Piano del Ballo Prometeo”
dal Signor Salvatore Viganò
Pezzi scelti del gran ballo "Il conte di Essex"
dal sig. Gaetano Gioja
Danza e Valz nel Ballo degli Ussiti
Ridotti per Forte-Piano dal Sig.r Paolo Brambilla
Didone
incominciato dal ce. coreografo Salvatore Viganò
La Gundeberga
composto e diretto del sig. Gaetano Gioja
Vendetta di Venere
(musica di diversi rinomati autori) Ridotto per cembalo dal Sig.r Ferd.o Bonazza.












