Hess 310 Preludio per organo in do maggiore

Per gentile interessamento di Marta Crippa
Collaboratrice di Biblioteca
Biblioteca del Conservatorio di Musica “Giuseppe Verdi”
Via Conservatorio, 12
20122 Milano

Preludio per organo in do maggiore. Un pezzo, citato cosi come lo abbiamo presentato, si dice che sia stato pubblicato nel volume 87 Kleine Praeludien, a cura di Paul Honegger. [Una copia di questo pezzo si trova alla SBB. L’edizione in cui si trova e stata curata da Paul Homeyer (1853-1908), non “Honegger” come dice Hess. II preludio non e un’opera di Beethoven, ma piuttosto una versione leggermente revisionata delle ultime 9 battute del primo preludio dell’op. 39. Era elencato come “n. 1” nell’indice della pubblicazione di Homeyer, ma senza numero di opus. Pubblicato intorno al 1900 dalla Steingräber Verlag di Lipsia, con successive edizioni e distribuzioni da parte di Bowerman a Londra e Schuberth a New York.]

Paul Homeyer fu uno di quei musicisti che non cercarono la fama, ma la profondità. Nato nel 1853 a Osterode am Harz, visse per l’organo, per Bach, e per la serietà di un’arte che non ammette vanità. La sua figura, severa e intensa, rifletteva perfettamente il suo mondo sonoro: austero, monumentale, ma anche sorprendentemente umano.

Paul Homeyer nacque il 26 ottobre 1853 in una famiglia dove l’organo non era solo uno strumento, ma un’eredità. Il padre Heinrich Homeyer e lo zio Josef Maria Homeyer erano entrambi organisti, e fu proprio tra le canne e i pedali che il giovane Paul imparò a respirare musica. Dopo gli studi ginnasiali a Hildesheim, si trasferì a Göttingen e poi al Conservatorio di Lipsia, dove fu allievo di Salomon Jadassohn e Benjamin Robert Papperitz — due nomi che incarnano la scuola teorica e rigorosa della Germania ottocentesca.

Nel 1881, Homeyer iniziò a esibirsi nei concerti organizzati dal Carl Riedel’scher Musikverein a Lipsia. La sua carriera prese slancio, e presto divenne organista ufficiale dei concerti del Gewandhaus, una delle istituzioni musicali più prestigiose d’Europa. Non era un virtuoso da salotto: il suo repertorio spaziava da Bach a Schumann, da Mendelssohn a compositori contemporanei, ma sempre con una predilezione per la struttura, la spiritualità, e la profondità. Nel 1903, il Re Giorgio di Sassonia gli conferì un’onorificenza speciale per il suo contributo alla musica.

Homeyer non fu solo interprete, ma anche insegnante al Conservatorio di Lipsia, dove formò generazioni di organisti. Non lasciò grandi trattati, né cercò di imporsi come teorico. La sua lezione era nel suono, nel gesto, nella sobrietà. Morì il 27 luglio 1908 a Lipsia, lasciando dietro di sé una scia di rispetto e ammirazione, ma poche tracce tangibili. Come molti grandi interpreti, visse nel momento musicale, non nella posterità.

Guardando il suo volto — severo, rugoso, con quegli occhi che sembrano scrutare l’infinito — si ha l’impressione di trovarsi davanti a un uomo che ha ascoltato Bach non solo con le orecchie, ma con la coscienza. Paul Homeyer fu un ponte tra il romanticismo e la tradizione barocca, tra la Germania dell’Impero e l’eco delle cantate luterane. Un uomo che non cercò di piacere, ma di servire.