WoO 208 (Già Hess 19) Quintetto (incompiuto) in mi bemolle maggiore per oboe, tre corni e fagotto

I) (Frammento) – II) Adagio mesto – III) Minuetto Allegretto

Hess 19 Quintetto (incompiuto) in mi bemolle maggiore per oboe, tre corni e fagotto, 1796 circa; completato nel 1862 da L. A. Zeltner; pubblicato da W. Hess con il completamento suddetto a Mainz, Schott, 1954; e secondo il manoscritto originale nel settimo fascicolo dei Supplemente zur GA., 1963. B. 302 – H. 19 – T. 282.

Il manoscritto originale, incompiuto, proveniente dalla raccolta Artaria e conservato già nella Preussische Staatsbibliothek di Berlino, è andato disperso dopo l’ultima guerra. Ne esiste una fotocopia nell’archivio della Beethovenhaus. Del primo tempo mancano totalmente la prima parte e lo sviluppo; esso incomincia con le battute di passaggio alla ripresa e segue poi regolarmente fino alla conclusione. L’Adagio è completo. Il Minuetto non va oltre la diciannovesima battuta (nona della seconda parte). Non sappiamo se vi sia stato un quarto tempo. L’opera interessa per il complesso degli strumenti impiegati; specialmente per l’insieme dei tre corni, che ne rappresenta il centro di gravità timbrico-espressivo, da cui la parte dell’oboe fiorisce in più duttili frasi melodiche mentre il fagotto prevalentemente integra il basso. Con il completamento di Zeltner l’opera ha avuto, anche in tempi recenti, qualche esecuzione. Ma il lavoro di ricostruzione delle parti mancanti, per quanto pregevole e diligente, dovrà sempre considerarsi come un surrogato dell’originale perduto. Si ammette generalmente che a questo Quintetto si riferisca il catalogo Thayer, il quale al n. 282 parla di un «Sestetto incompleto per oboe, clarinetto, 3 corni e fagotto (Allegro e Minuetto)». Nel manoscritto, in realtà, è stata lasciata una riga vuota fra quelle dell’oboe e del primo corno, alla quale nell’Adagio e nel Minuetto è apposta un’annotazione riferibile al clarinetto in si bemolle; ma con ciò l’autore ha voluto soltanto indicare la possibilità della sostituzione di uno strumento all’altro, non l’introduzione di un’altra parte strumentale.

CURIOSITA’

Questo Quintetto non ci è giunto nella sua interezza. Barry Cooper afferma: «(…) il primo movimento (4/4 l’inizio è andato perduto) – Adagio mesto (2/4)- Menuetto Allegretto (terzo movimento incompleto)»[1] e manca sicuramente un quarto movimento essendo assai improbabile che finisca con un Minuetto.  Probabilmente è il Quintetto di cui Haydn fece riferimento nella lettera[2] al principe elettore di Bonn,  Maximilian Franz, il 23 dicembre 1793, credendolo, assieme ad altre opere, composto da Beethoven su suolo viennese, mentre invece si trattava di musica già composta l’anno prima a Bonn.

Il Quintetto fu completato da Leopold  Alexander Zellner nel 1862 e in quell’anno fu eseguito per la prima volta. La sua qualità musicale ci induce a rimpiangere amaramente il non poterlo ascoltare nella sua interezza e originalità, in quanto quel che è rimasto fa supporre che si potesse trattare di un’opera di grande interesse. Su quel che resta, Giovanni Carli Ballola scrive: «(…) La schiacciante prevalenza dei tre corni e del fagotto sull’esile voce dell’oboe conferisce a questa strana composizione un suo colore oscuro che accresce il fascino ai toni meditativi dell’Adagio. (…)».[3] Cesare Fertonani scrive: «Che sia pervenuto in forma incompleta è davvero un peccato: per la particolarità dell’organico incentrata sull’insieme dei tre corni, come per l’interesse musicale che traspare da quanto è rimasto della composizione (…).

Ciò che rimane dell’Allegro iniziale incomincia dalla parte conclusiva dello sviluppo, ma è con la ripresa che si può apprezzare il tipo di scrittura che caratterizza il lavoro. Nel primo gruppo tematico, seguito dalla transizione, ai tre corni, risponde una sezione dove i segnali dei Tutti all’unisono avviano un ordito articolato in cui l’oboe ora delinea passaggi fioriti ora si unisce al fagotto in dialogo con i corni. E da un suadente dialogo tra il corno e l’oboe è costituito il secondo gruppo tematico, suggellato dalla chiusa della ripresa e quindi dalla coda in diminuendo che echeggia il tema principale del movimento.

D’indubbio fascino è l’Adagio mesto, dove il complesso dei corni II – III e del fagotto offre uno sfondo timbrico suggestivo ed emotivamente sensibile alla tersa cantabilità dell’oboe e del corno I; la forma è semplicissima, con la prima parte che poi viene ripresa e variata. Del Menuetto. Allegretto non restano che poche battute: la prima parte replicata, e l’inizio della seconda.»[4]

[1] Barry Cooper: The Beethoven Compendium. Clarendon Press. Da James F: Green: Il nuovo catalogo Hess delle opere di Beethoven. Zecchini Editore

[2] Lettera n. 13. Ludwig van Beethoven: Epistolario 1783 – 1807 Volume I. A cura di Sieghard Brandeburg. Skira editore

[3] Dalla rivista “Amadeus” n. 191: Beethoven e gli strumenti a fiato. Primavera spumeggiante. Giovanni Carli Ballola. De Agostini periodici.

[4] Cesare Fantoni: Guida all’ascolto del cd AM 191- 2 allegato alla rivista “Amadeus” n. 191. De Agostini periodici

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