WoO 110 Elegie auf den Tod eines Pudels – (Elegia in morte di un cane barbone): Stirb immerhin (E sia pure che ti rapisca la morte), per voce e pianoforte

Maestoso

WoO 110 – Elegie auf den Tod eines Pudels – (Elegia in morte di un cane barbone): Stirb immerhin (E sia pure che ti rapisca la morte), per voce e pianoforte, 1787 circa, pubblicata nel Supplemente della GA 1888. (Non è da escludere che ne sia esistita anche una qualche vecchia antecedente edizione, oggi introvabile). GA. n. 284 (serie 25/21) – Boett. 1/4 – Bruers 271 – KH.(WoO)11O – L. IV, p. 350/q – Petters 16 – Sch. p. 216/12 -Thayer 272.

II manoscritto originale e sconosciuto. Base della pubblicazione della G A. è stato un manoscritto conservato nel Rudolphinum (la raccolta in bella copia di composizioni di Beethoven, che l’ Arciduca Rodolfo si era fatto fare per proprio uso nel 1822, e sulla base della quale poi lo Haslinger tentò di allestire una edizione generale delle opere del maestro, arrestatasi dopo i primi fascicoli. Il testo, di ignoto, a volte sentimentale, lamentosetto e filosofeggiante, ha determinato un doppio aspetto della musica: compianto della morte (fa minore, modulante nel mezzo in la bemolle maggiore) nelle prime tre strofe, a cui rispondono nell’ultima, in fa maggiore, pensieri di rassegnazione e di conforto sopra un tema che riproduce un po’ modificato il primo, con un accompagnamento d’arpeggi più mosso e leggero.

CURIOSITA’

Si è soliti pensare che il sentimento di totale sconforto che però sempre si risolse in un messaggio finale di speranza e ottimismo, nella vita come nelle opere di Beethoven, sia il risultato degli innumerevoli malanni e dalla sordità. Ma quando poi ci s’imbatte nel testo – peraltro di un poeta sconosciuto – di questo lied, diventa esplicito come il compositore fosse già così fin dalla gioventù e, quello che gli accadde in seguito, servì solo ad acuire queste sue caratteristiche innate.

La datazione non è assolutamente facile. La maggioranza degli studiosi beethoveniani, ritengono possa essere del 1787, altri del 1790 e, altri ancora, del 1793.

Questo testo è oscillante, come scrisse Giovanni Biamonti, fra il sentimentale, il lamentoso e il filosofeggiante. Il pianista Clifford Curzon a tal proposito scrisse: «(…) Ignoro per quale motivo sia stato indotto a comporre questa, con la gravità e l’elevatezza che avrebbe potuto ispirargli la morte di un fanciullo.(…)»[1]

Jacques Gabriel-Prod-homme pensò che fosse da associare: «(…) alle condizioni d’animo del giovane musicista (…) per la morte della madre».[2] 

Potrà sembrare irriverente, se non inopportuno, pensare che la scomparsa di una persona molto cara sia metaforicamente comparata al dolore per la morte di un cane, ma è pur vero che la frase di Curzon, relativa al fanciullo, mi fa pensare alla morte della piccolissima sorella di Beethoven avvenuta il 26 novembre 1787.

Al di là della occasione per cui fu composto, emergono da questo testo tutti i punti salienti tipici del modo di pensare di Beethoven: il destino avverso, l’importanza prioritaria della fedeltà come valore assoluto, il bisogno del compositore di isolarsi associato al disprezzo verso la bassezza degli uomini e, alla fine però, a fronte di tanta negatività, il trionfo dell’ottimismo. Vale dunque la pena riportare tutto il testo di autore anonimo:

Il testo:

1. Stirb immerhin, es welken ja so viele
der Freunden auf der Lebensbhan Oft,
eh’ sie welken in des Mittags Schwüle,
fangt schon der Tod sie abzumahen an.

2. Auch meine Freude du! dir fließen Zahren,
Freude selten Freunden weihn;
der Schmerz um dich kann nicht mein Aug’ entehren,
dich, Geschopf, geschaffen mich zu freun.

3. Allgeber gab dir diese feste Treue,
Dir diesen immer frohen Sinn;
Für Tiere nicht, damit ein Mensch sich freue,
Schuf er dich so, und mein war der Gewinn.

4. Du warst so rein von aller Tück’ und Fehle
Als schwarz dein krauses Seidenhaar;
Wie manchen Menschen kannt’ ich, dessen Seele
So schwarz als deine Außenseite war.

5. Oft, wenn ich des Gewühles satt und müde
Mich gern der eklen Welt entwöhnt,
Hast du, das Äug’ voll Munterkeit und Friede,
Mit Welt und Menschen wieder mich versöhnt.

6. Trüb sind die Augenblicke unsers Lebens,
Froh ward mir mancher nur durch dich!
Du lebtest kurz und lebtest nicht vergebens;
Das rühmt, ach! selten nur ein Mensch von sich.

7. Doch soll dein Tod mich nicht zu sehr betruben;
du warst ja stets des Lachens Freund;
geliehen ist uns alles, was wir lieben;
kein Erden gluck bleibt lange unbeweint

8. Mein herz soll nicht mit dem Verhangnis
zanken um eine Lust, die es verlor;
du, lebefort und gaukle in Gedanke
mir fröliche Erinnerungen vor.

Traduzione

1. Sei morto, ma quante gioie
Svaniscono nel corso della vita!
Sovente, prima che l’arsura le consumi
La morte comincia già a falciarle.

2. Anche tu mia gioia! Ti piango
Come pochi amici piangono gli amici.
I miei occhi non si vergognano di piangere
Per te che sei stato creato per la mia gioia.

3. Dal buon Dio hai ricevuto il dono della fedeltà,
e quello dell’eterno buonumore,
non per gli animali, ma per la gioia dell’uomo
Egli ti ha creato così ed è stato un bene per me.

4. Sovente, sazio e stanco della confusione
avrei voluto estraniarmi da questo mondo ignobile,
ma tu col tuo sguardo vivido e pacifico,
mi hai riconciliato con il mondo e l’umanità.

5. Eri così immune da ogni inganno e bassezza
Come neri erano i tuoi riccioli di seta.
Ho conosciuto uomini la cui anima
Era nera come il tuo aspetto esteriore.

6. Penosi sono gli attimi della nostra vita,
Ma solo tu me ne hai reso qualcuno felice,
Hai vissuto per poco tempo ma non invano,
Di rado può dirlo un uomo si sé stesso.

7 . Ma la tua morte non mi deve troppo rattristare,
Non eri sempre propenso a indurre il riso?
Niente di ciò che amiamo ci appartiene
Qui la felicità è sempre seguita da lacrime.

8. No, il mio cuore non se la prenderà con il destino
Per quella gioia che ha perduto;
E tu continua a vivere nei miei pensieri
Suscitando lieti ricordi.

La musica segue fedelmente il testo: un’introduzione triste e funerea seguita da note che danno bene l’idea della considerazione per il prestigioso ruolo che questa nobile creatura ha saputo svolgere e, a conclusione, un tema di esplicita allegria.

  • [1] Antonio Bruers: Beethoven. Catalogo storico-critico di tutte le opere. Dott. Giovanni Bardi Editore
  • [2] Antonio Bruers: Beethoven. Catalogo storico-critico di tutte le opere. Dott. Giovanni Bardi Editore