WoO 4 Concerto in mi bemolle maggiore per pianoforte e orchestra (redazione per pianoforte ed orchestra)

I) Allegro moderato – II) Larghetto – III) Rondò

WoO 4 Concerto in mi bemolle maggiore per pianoforte e orchestra (redazione per pianoforte), 1784. GA. n. 310 (serie 25/47) (pubblicato da G. Adler, in supplemento alla prima edizione) – B. 276 – KH. (WoO)4 – P. 7 – Sch. p. 170.

Di quest’opera esiste soltanto una copia manoscritta per pianoforte, oggi conservata presso la biblioteca dell’università di Tubinga, nel fondo della già Preussische Staatsbibliothek. Ricorrono tuttavia in essa le indicazioni di Tutti e di Solo; e si fa accenno talora a strumenti determinati: flauti, corni, violini. Sulla base di queste indicazioni è stata ricostruita la partitura da Willy Hess. Prima edizione: 1943 (Musikwissenschaftlicher Verlag G.M. B.H., Lipsia); seconda edizione: 1961 (Alkor, Kassel).  Modernamente anche da Roberto Diem Tigani, Inedita, Volume 2 della serie.

WoO 4 Concerto in mi bemolle maggiore per pianoforte e orchestra (redazione originale per pianoforte)

I) Allegro moderato – II) Larghetto – III) Rondò

CURIOSITA’

Come già detto, nel 1784 Beethoven scrisse una sola composizione che fu stroncata da parte del Musikalischer Almanach di Forchel che definì le opere fino a quel momento da lui composte comparabili al livello «(…) di uno studente alle prime armi del terzo e quarto anno che si sta esercitando.»[1]

Di questo primo concerto per pianoforte e orchestra non abbiamo il manoscritto originale, ma una copia non autografa che riporta solo la parte per pianoforte, qualche intermezzo per quartetto d’archi e semplici tracce orchestrali. Le ipotesi che si fanno a tal proposito sono due: la prima è che si tratti di una semplice esercitazione fatta dal giovane Beethoven; la seconda è che la partitura originale completa sia andata perduta ed è questa l’ipotesi più accreditata.

Pubblicata incompleta nel 1890 a Lipsia da Guido Adler, fu ripresa in seguito da Willy Hess nel 1943 che la completò e la pubblicò in seconda edizione nel 1962.

Oggi il giudizio su questo concerto è certamente meno severo. È una composizione che, pur denotando la mano ancora molto giovanile di Beethoven, non è priva di alcuni momenti interessanti. Il movimento meglio riuscito è certamente il Finale che imita lo stile Galante di Johann Christian Bach e che si avvicina però anche, come ci ricorda Della Croce, allo stile “alla francese” tipico della scuola di Mannheim: come già sappiamo, proprio durante il viaggio dell’autunno precedente a Rotterdam, Beethoven incontrò, probabilmente, Carl Stamitz che ne fu un’autorevole rappresentante.

Vorrei però porre l’attenzione sul secondo Movimento, il Larghetto che, pur essendo certamente inferiore ai grandi adagi futuri di Beethoven, mi sembra che ne anticipi le caratteristiche. Sempre Della Croce su questo movimento asserisce che: «(…) conserva una sua estatica purezza e rivela nel compositore adolescente un desiderio, ancora ingenuo, di elevazione.»[2]

In questi ultimi anni, il compianto, Roberto Diem Tigani ha rivisto la partitura e, cercando di mantenere il più possibile quello che era lo spirito originario voluto da Beethoven, si è scostato dalla orchestrazione un po’ pomposa, soprattutto del primo movimento, effettuata da Willy Hess.

  • [4]H.C. Robbins Landon: Beethoven. La sua vita e il suo mondo in documenti e immagini. Rusconi Editore
  • [5] Luigi Della Croce Ludwig van Beethoven. Le nove sinfonie e le altre opere per orchestra. Edizioni studio tesi