Opus 74 Quartetto in mi bemolle maggiore per due violini, viola e violoncello

I) Poco adagio – Allegro – II) Adagio ma non troppo – III) Presto – più presto quasi prestissimo – IV) Allegretto con variazioni

Opus 74 Quartetto in mi bemolle maggiore per due violini, viola e violoncello, op. 74, dedicato al principe Lobkowitz, estate-autunno 1809, pubblicato in parti separate a Lipsia, Breitkopf e Härtel, novembre 1810; in partitura ibid., 1833. GA. n. 46 (serie 6/10) – B. 74 – KH. 74 – L. III, p. 166 – N. 74 – T. 145

Il manoscritto originale è conservato nella Deutsche Staatsbibliothek di Berlino. Gli abbozzi si trovano in un gruppo di fogli, descritto dal Nottebohm, del febbraio-ottobre 1809 (l’anno della guerra di cui al n. 477): contenenti, oltre gli abbozzi inutilizzati di cui a: nn. 477-484, quelli per l’introduzione alla Fantasia op. 80, per la Fantasia per pianoforte op. 77, per le Sonate per pianoforte op. 78, 79 e 81 a, e per le Variazioni per pianoforte op. 76. Dall’introduzione del primo tempo (Poco Adagio), di carattere gravemente interrogativo, una lenta ascesa cromatica porta all’ Allegro, d’uno spunto tematico affine per l’impostazione ritmica, ma di carattere energico, come una decisa « entrata in azione » che tronchi senz’altro indugio una esitazione troppo protratta (viene in mente il Finale del Quartetto op. 135). L’« azione) peraltro non ha niente di drammatico né di passionale, ma prosegue serena e vivace, sciogliendosi con una successione di arpeggi in piccato in una linea di pacifiche cadenze, da cui poi si svolge il passaggio conducente al breve secondo tema: anche questo più disinvolto che significativo, con una sussultante conclusione che ne è la parte più originale. Nello sviluppo, basato sulle battute finali del primo tema, un episodio svolto per moti contrari dal violino primo e dal violoncello sul murmure dei due strumenti intermedi porta ad una specie di dissolvimento dal quale muove l’avvio alla ripresa, condotta da un’altra successione d’arpeggi in piccato reiteratamente ascendenti in crescendo fino alla riaffermazione del tono e del tema. Ad un tale uso di passaggi in piccato, per quanto introdotti anche in altre sue opere (ad es. nel primo tempo del Trio in si bemolle maggiore per pianoforte, violino e violoncello op. 97), Beethoven non è ricorso mai con tanta ampiezza come in questo Allegro, ciò che ha valso all’intera composizione il nomignolo di Quartetto delle arpe. Un altro caratteristico impiego se ne ha anche nella parte che segue alla ripresa, in cui appunto gli arpeggi in piccato nei tre strumenti inferiori sotto il movimento del primo violino svolgono tutta una serie di passaggi, portando ad una specie di perorazione (sulla base ancora delle battute finali del primo tema) seguita dalla piena cadenza terminale nel tono, con intervento ancora di passi in piccato. Il secondo tempo ha una sua particolare fisionomia malinconica: non cupo, come in altre pagine in cui Beethoven ha fatto espressa allusione ad un tal sentimento (Finale del Quartetto op. 18 n. 6, Largo della Sonata per pianoforte op. 10 n. 2), ma teneramente effuso e di una chiara impostazione melodica, trattato sempre con finezza di elaborazione. I temi si snodano l’uno dall’altro come per una naturale effusione dello stesso sentimento. Il primo e principale ritorna due volte dopo l’esposizione in forma più variata e adorna, e conclude poi la pagina in tenui frammenti; un altro collaterale, in minore, si colora di qualche tinta più fosca; il terzo, episodico, d’una certa figurazione cromatica tristaneggiante, è introdotto una sola volta a conclusione della prima ripetizione variata (enunciata dal primo violino e ripresa dal violoncello). Nell’entrata in forte del tema iniziale e principale del Presto riecheggia affrettatamente il ritmo del primo tempo della Quinta Sinfonia; ma la figurazione in piano che segue e compie la frase ne disperde l’impeto in un campo d’immaginazione più fantasmagorica. In seno a questa formazione basilare sorge nella seconda parte un motivo implorante, che non si espande per altro compiutamente e finisce per riassorbirsi in essa; gli accenti della cadenza cupi e reiterati richiamano egualmente la sinfonia (terzo tempo). Così pure la clamorosa diversione del Trio in maggiore {Più presto, quasi prestissimo), che ha però qui un carattere più violento, oseremmo dire quasi brutale, di opposizione. Presto e Trio si ripetono; poi ancora il Presto, che termina in piano con una figurazione che ne sembra lo spettro — e ciò induce ancora a pensare alla sinfonia — prolungato in un mormorio che il trapasso delle armonie rende più misterioso. Da qui, senza soluzione di continuità, entriamo con l’ultima modulazione in mi bemolle nel Finale (Allegretto), una specie di liberazione nella leggerezza, dove l’impegno dell’artefice prevale forse sulla fantasia del poeta. Il semplice tema viene svolto in sei fedeli variazioni (d’interesse tecnico e strumentale pur nella loro brevità); l’insieme è come un cordiale, bonario commiato dopo l’effusione romantica dei due tempi precedenti: e più rispondente se mai alla serenità dell’ Allegro iniziale. Lo Schering riferisce questo Quartetto al Romeo e Giulietta di Shakespeare. Primo tempo : Atto II, scena I : Impressione notturna nel giardino dei Capuleti. Romeo alla finestra di Giulietta. Dialogo e giuramento d’amore. Romeo s’allontana — Secondo tempo. Atto III, scena III: Scena al balcone. Conversazione degli amanti. Addio di Romeo — Terzo tempo : Continuazione della scena precedente. Entrata dell’infuriato Capuleti. Rimproveri a Giulietta. Preghiera di questa. La ciarliera nutrice. Quarto tempo. Atto V, scena V: Nel cimitero. Paride e Romeo presso la tomba di Giulietta. Duello. Romeo risolve di uccidersi. Sua morte.

Gli esempi musicali in MIDI di questa pagina sono curati da Pierre-Jean Chenevez. Chi volesse consultare o richiedere questi file, può contattare l’ autore tramite il nostro modulo di contatto.