Opus 52 Otto canzoni per voce e pianoforte

I) Urians Reise um der Welt – II) Feuerfarb -III) Das Liedchen von der Ruhe – IV) Maigesang – V) Mollys Abschied – VI) Die Liebe -VII) Marmotte – VIII) Das Blümchen Wunderhold

Opus 52 – Otto canzoni per voce e pianoforte – 1790 – ottobre 1792, pubblicati a Vienna, Kunst und Industrie Comptoir, giugno 1805. GA. n. 218 (serie 23/4) – Boett. 11/2, 3 ; 1/8; 11/10, 4, 5; III/1; 11/6 – B. 52 – KH. 52 – L. II, p. 269 – N. 52 -P. 34 – Sch. (i primi tre soltanto) p. 179/10; p. 218/36; p. 216/19 – T. 28.

Urians Reise um die Welt (Viaggio di Urian intorno al mondo); Feuerfarb (Color di fuoco); Das Liedchen von der Ruhe (La canzoncina della pace); Maigesang (Canto di maggio); Molly’s Abschied (L’addio di Molly); Die Liebe (L’ amore); Marmotte (Marmotta); Das Blumchen Wunderhold (II fiorellino incantevole). Nell’impossibilità di una maggiore precisazione cronologica, assegniamo genericamente come epoca di composizione a tutte queste otto canzoni, che furono pubblicate insieme nel giugno 1805 con l’unico numero d’ opera 52, gli ultimi anni della permanenza di Beethoven a Bonn (1790 – ottobre 1792), avvertendo però che tali estremi di tempo non debbono essere presi in senso troppo rigoroso, e che più d’ un abbozzo e d’ una rifinitura possano esserne al di fuori. I manoscritti originali sono andati perduti, fatta eccezione per il Feuerfarb. I testi poetici constano di parecchie strofe; ma di ciascuno è musicata la prima soltanto, sul modello della quale vengono cantate anche le altre.

 (Midi creato da Pierre-Jean Chenevez)

Opus 52 numero 1 Urians Reise um der Welt lied per voce e pianoforte

In einer mäßige, geschwinden Bewegung mit einer komischen Art gesungen

Secondo quanto scrive il Wegeler, i primi abbozzi, per lo meno, del Viaggio di Urian intorno al mondo (Wenn jemand eine Reise tut: Quando uno fa un viaggio) dovrebbero riportarsi ad alquanti anni prima dell’epoca da noi indicata; ma non ne sappiamo niente di più preciso, e in ogni modo ignoriamo se esso abbia avuto fin da allora la forma attuale. Abbiamo creduto pertanto, sia pure con un po’ di arbitrio, di non distaccarlo dalle altre canzoni a cui poi è stato unito nella pubblicazione, pensando che insieme con esse possa aver subito, dopo la prima stesura, qualche rimaneggiamento. Il testo poetico è di Mathias Claudius e consta di quattordici strofe, da cantarsi (naturalmente sullo stesso motivo della prima) in movimento moderatamente vivace e in maniera buffonesca, come dice l’annotazione apposta in principio. II nome di Urian designa un personaggio convenzionale millantatore, e può essere sinonimo anche di diavolo. Egli racconta qui le vicende comiche del suo viaggio, per concludere, dopo aver girato tutto il mondo, che gli uomini sono dovunque stolti e hanno un ramo di pazzia. A ciascuna strofa, che descrive una tappa del suo viaggio, il coro risponde invariabilmente (in tono maggiore) assentendo e invitandolo a continuare: soltanto alla conclusione lo riprova e non lo vuole sentire più nulla. testo:

Wenn jemand eine Reise tut,
So kann er was verzählen.
D’rum nahm ich meinen Stock und Hut
Und tät das Reisen wählen.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Zuerst ging’s an den Nordpol hin;
Da war es kalt bei Ehre!
Da dacht’ ich denn in meinem Sinn,
Das es hier beßer wäre.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

In Grönland freuten sie sich sehr,
Mich ihres Ort’s zu sehen,
Und setzten mir den Trankrug her:
Ich ließ ihn aber stehen.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Die Eskimos sind wild und groß,
Zu allen Guten träge:
Da schalt ich Einen einen Kloß
Und kriegte viele Schlänge.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Nun war ich in Amerika!
Da sagt ich zu mir: Lieber!
Nordwestpassage ist doch da,
Mach’ dich einmal darüber.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Flugs ich an Bord und aus in’s Meer,
Den Tubus festgebunden,
Und suchte sie die Kreuz und Quer
Und hab’ sie nicht gefunden.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Von hier ging ich nach Mexico
Ist weiter als nach Bremen
Da, dacht’ ich, liegt das Gold wie Stroh;
Du sollst’n Sack voll nehmen.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Allein, allein, allein, allein,
Wie kann ein Mensch sich trügen!
Ich fand da nichts als Sand und Stein,
Und ließ den Sack da liegen.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

D’rauf kauft’ ich etwas kalte Kost
Und Kieler Sprott und Kuchen
Und setzte mich auf Extrapost,
Land Asia zu besuchen.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Der Mogul ist ein großer Mann
Und gnädig über Massen
Und klug; er war itzt eben dran,
‘n Zahn auszieh’n zu lassen.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Hm! dacht’ ich, der hat Zähnepein,
Bei aller Größ’ und Gaben!
Was hilfts denn auch noch Mogul sein?
Die kann man so wohl haben!
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Ich gab dem Wirt mein Ehrenwort,
Ihn nächstens zu bezahlen;
Und damit reist’ ich weiter fort,
Nach China und Bengalen.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Nach Java und nach Otaheit
Und Afrika nicht minder;
Und sah bei der Gelegenheit
Viel Städt’ und Menschenkinder.
Da hat er gar nicht übel drum getan,
Verzähl’ er doch weiter, Herr Urian!

Und fand es überall wie hier,
Fand überall ‘n Sparren,
Die Menschen grade so wie wir,
Und eben solche Narren.
Da hat er übel, übel dran getan,
Verzähl’ er nicht weiter, Herr Urian!

Opus 52 numero 2 Feuerfarb’ lied per voce e pianoforte

Andante con moto

Del Color di fuoco (Ich weiss eine Farbe: Conosco un colore; poesia di Sophie Mereau, 1792) esistono due redazioni, l’una e l’altra dell’anno medesimo, anteriori però alla partenza di Beethoven da Bonn, avvenuta ai primi di novembre. Fino ad un decennio fa, se ne conosceva soltanto la seconda, definitiva, pubblicata nella GA. La prima, conservata in manoscritto nell’archivio della società degli Amici della Musica di Vienna, è stata pubblicata e descritta dallo Hess nel 1955 e poi nel quinto fascicolo dei Supplemente Zur GA., 1962. Dell’autografo della seconda non abbiamo notizie; possiamo soltanto dire che il Nottebohm, descrivendo gli abbozzi contenuti in due fogli conservati allora nella Konigliche Bibliothek di Berlino (oggi, supponiamo, nella Deutsche Staatsbibliothek della stessa città), ne aveva da tempo notato il differente epilogo strumentale; ma essa si distingue dalla precedente anche perché la parte di accompagnamento pianistica, già divisa fra le due mani, è stata qui tutta affidata alla sinistra, mentre la destra non fa che sostenere all’unisono la voce. In quanto all’epilogo strumentale, si tratta di un corollario melodico sostituito al « grazioso effetto di chitarra » che chiudeva la prima redazione e forse rispondeva più appropriatamente – secondo lo Hess -all’impostazione generale della forma d’accompagnamento. Un abbozzo delle prime 15 battute, nel quale il nuovo accompagnamento figura ancora con varie differenze da quello definitivo, è comunicato dallo Hess nel suddetto fascicolo dei Supplemente zur GA. Di questa canzone lo Staatsrat Bartolomaus Fischenisch scriveva da Bonn a Charlotte Schiller (la figlia del poeta), il 23 gennaio 1793: «Le accludo una composizione del Feuerfarb, e desidererei conoscere la sua opinione in proposito. È di un giovane di qui, i cui musicali talenti sono generalmente magnificati, e che il principe elettore ha mandato ora a Vienna, a studiare con Haydn. Egli musicherà anche la Gioia di Schiller, strofa per strofa. M’attendo qualche cosa di perfetto, poiché, per quanto ne so, egli è tutto portato verso ciò che è grande e nobile… D’altronde non si occupa di piccolezze, come quella che le accludo, composta soltanto per soddisfare il desiderio d’una dama ». Il testo poetico (otto strofe di cui la GA. non riporta la quinta e la sesta) celebra il colore rosso, che simboleggia la verità e splende sempre come fiamma incorruttibile, mentre gli altri colori sono destinati ad illanguidire. Il testo:

Ich weiß eine Farbe, der bin ich so hold,
Die achte ich höher als Silber und Gold;
Die trag’ ich so gerne um Stirn und Gewand
Und habe sie ,,Farbe der Wahrheit“ genannt.

Wohl blühet in lieblicher, sanfter Gestalt
Die glühende Rose, doch bleichet sie bald.
Drum weihte zur Blume der Liebe man sie;
Ihr Reiz ist unendlich, doch welket er früh.

Die Bläue das Himmels strahlt herrlich und mild,
D’rum gab man der Treue dies freundliche Bild.
Doch trübet manch’ Wölkchen den Äther so rein!
So schleichen beim Treuen oft Sorgen sich ein.

Die Farbe des Schnees, so strahlend und licht,
Heißt Farbe der Unschuld, doch dauert sie nicht.
Bald ist es verdunkelt, das blendende Kleid,
So trüben auch Unschuld Verläumdung und Neid.

Warum ich, so fragt ihr, der Farbe so hold
Den heiligen Namen der Wahrheit gezollt?
Weil flammender Schimmer von ihr sich ergießt
Und ruhige Dauer sie schützend umschließt.

Ihr schadet der nässende Regenguß nicht,
Noch bleicht sie der Sonne verzehrendes Licht:
D’rum trag’ ich so gern sie um Stirn’ und Gewand
Und habe sie ,,Farbe der Wahrheit“ genannt.

Opus 52 numero 3 Das Liedchen von der Ruhe lied per voce e pianoforte

Adagio

La Canzoncina della pace (Im A.rm der Liebe : In braccio all’amore) su testo di Ueltzen (e non di Burger come dicono alcune vecchie edizioni), pubblicato nel Musenalmanach di Gottingen del 1788, sarebbe stata composta, secondo lo Schiedermair ed il Boettcher, intorno al 1790. Alcuni abbozzi sono riportati dallo Shediock. Le parole iniziali hanno dato occasione a Beethoven di scrivere in seguito anche un canone. Il testo:

Im Arm der Liebe ruht sich’s wohl,
Wohl auch im Schoß der Erde.
Ob’s dort noch, oder hier sein soll,
Wo Ruh’ ich finden werde:
Das forscht mein Geist und sinnt und denkt
Und fleht zur Vorsicht, die sie schenkt.

In Arm der Liebe ruht sich’s wohl,
Mir winkt sie ach! vergebens.
Bei dir Elise fand ich wohl
Die Ruhe meines Lebens.
Dich wehrt mir harter Menschen Sinn
Und in der Blüte welk’ ich hin!

Im Schoß der Erde ruht sich’s wohl,
So still und ungestöret,
Hier ist das Herz so kummervoll
Dort wird’s durch nichts beschweret.
Man schläft so sanft, schläft so süß
Hinüber in das Paradies.

Ach, wo ich wohl noch ruhen soll
Von jeglicher Beschwerde,
In Arm der Liebe ruht sich’s wohl,
Wohl auch im Schoß der Erde!
Bald muß ich ruf’n und wo es sei,
Dies ist dem Müden einerlei.

Opus 52 numero 4 Maigesang lied per voce e pianoforte

Allegro

II Mailied (Canzone di maggio) (Wie herrlich lewhtet mir die Natur: Come risplende oggi per me la natura) di Goethe (nove strofe) è un inno alla primavera, al tripudio della quale il poeta associa la sua gioia d’amore. Ma la musica del Maigesang di Beethoven (il testo differisce soltanto nel titolo) ha carattere di dolcezza e serenità. Ve poi una qualche analogia con il tema della gioia della Nona Sinfonia. Beethoven riprenderà alcuni anni dopo la melodia medesima in un’aria con accompagnamento d’orchestra O welch ein Leben! Altre analogie si possono trovare anche in una canzone posteriore su testo egualmente di Goethe, Rastlose Liebe, abbozzata nel 1809-1810 e mai condotta a termine. Il testo:

Wie herrlich leuchtet mir die Natur,
Wie glänzt die Sonne, wie lacht die Flur!
Es dringen Blüten aus jedem Zweig
Und tausend Stimmen aus dem Gesträuch,
Und Freud und Wonne aus jeder Brust;
O Erd’, o Sonne, o Glück, o Lust!

O Lieb’, o Liebe! So golden schön
Wie Morgenwolken auf jenen Höhn!
Du segnest herrlich das frische Feld,
Im Blütendampfe die volle Welt.
O Mädchen, Mädchen, wie lieb ich dich!
Wie blickt dein Auge, wie liebst du mich!

So liebt die Lerche Gesang und Luft,
Und Morgenblumen den Himmelsduft
Wie ich dich liebe mit warmen Blut,
Die du mir Jugend und Freud und Mut
Zu neuen Liedern und Tänzen gibst.
Sei ewig glücklich, wie du mich liebst!

Opus 52 numero 5 Mollys Abschied lied per voce e pianoforte

Adagio con espressione

Delle sette strofe dell’Addio di Molly (Lebewohl, du Mann der Lust und schmerzen : Addio, uomo del piacere e del dolore), testo alquanto artificioso di Burger in cui si parla dei teneri ricordi che l’amante può lasciare all’amato nel separarsi da lui, la GA. ha omesso le ultime due; e non si può dire certo che la ripetizione continua della stessa modesta melodia contribuisca a renderla più espressiva. Ma la cadenzina finale del pianoforte è di una delicata leziosaggine. Il testo:

Lebewohl, du Mann der Lust und Schmerzen,
Mann der Liebe, meines Lebens Stab!
Gott mit dir, Geliebter, tief zu Herzen
Halle dir mein Segensruf hinab!

Zum Gedächtnis biet’ ich dir statt Goldes,
Was ist Gold und goldeswerter Tand?
Biet’ ich lieber was dein Auge Holdes,
Was dein Herz an Molly Liebes fand.

Vom Gesicht, der Waltstatt deiner Küße,
Nimm, so lang’ ich ferne von dir bin,
Halb zum Mindesten im Schattenrisse
Für die Phantasie die Abschrift hin!

Nimm, du süßer Schmeichler, von den Locken,
Die du oft zerwühltest und verschobst,
Wann du über Flachs an Pallas Rocken,
Über Gold und Seide sie erhobst!

Meiner Augen Denkmal sei dies blaue
Kränzchen flehender Vergißmeinnicht
Oft beträufelt von der Wehmut Taue,
Der hervor durch sie von Herzen bricht!

Opus 52 numero 6 Die Liebe lied per voce e pianoforte

Allegretto

Secondo una notizia on troppo recente data dal Prod’homme nel suo catalogo, della melodia dell’Amore di Lessing (Ohne Liebe lebe wer da kann: Senza amore viva chi può) esisterebbe un abbozzo in alcuni fogli volanti del 1795: quattro pagine, elencate in un catalogo Liepmannssohn di vendita d’autografi del 21-22 maggio 1909 contenente anche abbozzi di varie altre opere sconosciute. Non sappiamo altro di questo manoscritto; ne possiamo dire se la data del 1795 risulti da una esplicitai indicazione (e ci sarebbe sempre da vedere se essa possa riguardare tutti gli abbozzi suddetti) o come altrimenti sia stata stabilita. Il testo:

Ohne Liebe lebe, wer da kann;
Wenn er auch ein Mensch schon bliebe,
Bleibt er doch kein Mann.
Süße Liebe mach’ mein Lebensüß,
Stille ein die regen Triebe
Sonder Hindernis!
Schmachten lassen sei der Schönen Pflicht;
Nur uns ewig schmachten lassen,
Dieses sei sie nicht!

Opus 52 numero 7 Marmotte lied per voce e pianoforte

Allegretto

Marmotte: Ich komme schon durch manches Land (Giro già per parecchi paesi), la per base la cantilena del piccolo savoiardo che gira il mondo con la sua marmotta: avecque si, avecque la, avecque la marmotte, per guadagnarsi il pane. Il testo (quattro strofe) appartiene alla commediola carnevalesca Das Jahrmarktsfest zu Plunderswelern (La fiera del paese degli stracci) di Goethe, e l’idea di musicarlo poté sorgere nell’occasione di una rappresentazione datasi a Bonn fra il 1790 e il 1792. Il testo:

Ich komme schon durch manches Land,
Avec que la marmotte,
Und immer was zu essen fand,
Avec que la marmotte.

Avec que sí, avec que là,
Avec que la marmotte.

Ich hab gesehn gar manchen Herrn,
Avec que la marmotte,
der hat die Jungfrau gar zu gern,
Avec que la marmotte.

Hab’ auch gesehn die Jungfer schön,
Avec que la marmotte,
die täte nach mir Kleinem sehn,
Avec que la marmotte.

Nun lasst mich nicht so geh, ihr Herrn,
Avec que la marmotte,
die Burschen essen und trinken gern,
Avec que la marmotte.

Opus 52 numero 8 Das Blümchen Wunerhold Marmotte lied per voce e pianoforte

Andante

La frugale, ma spigliata melodia del Fiorellino incantevole (Es bluht ein Blumchen Wunderhold: Fiorisce in una qualche parte un fiorellino) (che ricorda il tema del Rondò della Sinfonia in sol maggiore n. 88 di Haydn) si ripete per quattro volte, accompagnandosi alle quattro strofe (1, 2, 3 e 10 delle dodici costituenti il testo poetico di Burger) riportate dalla GA. Il testo:

Es blüht ein Blümchen irgendwo
In einem stillen Tal.
Das schmeichelt Aug’ und Herz so froh
Wie Abendsonnenstrahl.
Das ist viel köstlicher als Gold,
Als Perl’ und Diamant.
Drum wird es “Blümchen Wunderhold”
Mit gutem Fug genannt.

Wohl sänge sich ein langes Lied
Von meines Blümchens Kraft;
Wie es am Leib’ und am Gemüt
So hohe Wunder schafft.
Was kein geheimes Elixier
Dir sonst gewähren kann,
Das leistet traun! mein Blümchen dir.
Man säh’ es ihm nicht an.

Wer Wunderhold im Busen hegt,
Wird wie ein Engel schön.
Das hab’ ich, inniglich bewegt,
An Mann und Weib gesehn.
An Mann und Weib, alt oder jung,
Zieht’s, wie ein Talisman,
Der schönsten Seelen Huldigung
Unwiderstehlich an.

Auf steifem Hals ein Strotzerhaupt,
Dess’ Wangen hoch sich bläh’n,
Dess’ Nase nur nach Äther schnaubt,
Läßt doch gewiß nicht schön.
Wenn irgend nun ein Rang, wenn Gold
Zu steif den Hals dir gab,
So schmeidigt ihn mein Wunderhold
Und biegt dein Haupt herab.

Es webet über dein Gesicht
Der Anmut Rosenflor;
Und zieht des Auges grellem Licht
Die Wimper mildernd vor.
Es teilt der Flöte weichen Klang
Des Schreiers Kehle mit,
Und wandelt in Zephyrengang
Des Stürmers Poltertritt.

Der Laute gleicht des Menschen Herz,
Zu Sang und Klang gebaut,
Doch spielen sie oft Lust und Schmerz
Zu stürmisch und zu laut:
Der Schmerz, wann Ehre, Macht und Gold
Vor deinen Wünschen fliehn,
Und Lust, wann sie in deinen Sold
Mit Siegeskränzen ziehn.

O wie dann Wunderhold das Herz
So mild und lieblich stimmt!
Wie allgefällig Ernst und Scherz
In seinem Zauber schwimmt!
Wie man alsdann nichts tut und spricht,
Drob jemand zürnen kann!
Das macht, man trotzt und strotzet nicht
Und drängt sich nicht voran.

O wie man dann so wohlgemut,
So friedlich lebt und webt!
Wie um das Lager, wo man ruht,
Der Schlaf so segnend schwebt!
Denn Wunderhold hält alles fern,
Was giftig beißt und sticht;
Und stäch’ ein Molch auch noch so gern,
So kann und kann er nicht.

Ich sing’, o Lieber, glaub’ es mir,
Nichts aus der Fabelwelt,
Wenn gleich ein solches Wunder dir
Fast hart zu glauben fällt.
Mein Lied ist nur ein Widerschein
Der Himmelslieblichkeit,
Die Wunderhold auf Groß und Klein
In Tun und Wesen streut.

Ach! hättest du nur die gekannt,
Die einst mein Kleinod war –
Der Tod entriß sie meiner Hand
Hart hinterm Traualtar –
Dann würdest du es ganz verstehn,
Was Wunderhold vermag,
Und in das Licht der Wahrheit sehn,
Wie in den hellen Tag.

Wohl hundertmal verdankt’ ich ihr
Des Blümchens Segensflor.
Sanft schob sie’s in den Busen mir
Zurück, wann ich’s verlor.
Jetzt rafft ein Geist der Ungeduld
Es oft mir aus der Brust.
Erst, wann ich büße meine Schuld,
Bereu’ ich den Verlust.

O was des Blümchens Wunderkraft
Am Leib’ und am Gemüt
Ihr, meiner Holdin, einst verschafft,
Faßt nicht das längste Lied! –
Weil’s mehr, als Seide, Perl’ und Gold
Der Schönheit Zier verleiht,
So nenn’ ich’s “Blümchen Wunderhold”,
Sonst heißt’s – Bescheidenheit.