Opus 48 Sei canzoni su poemi di Chr. F. Gellert, per voce e pianoforte

I) Bitten – II) Die Liebe des Nächstens – III) Vom Tode – IV) Die Ehre Gottes aus der Natur – V) Gottes Macht und Vorsehung – VI) Busslied

Opus 48 – Sei canzoni su poemi di Chr. F. Gellert, per voce e pianoforte, op. 48, dedicate al conte Georg von Browne, metà maggio – giugno 1803, pubblicate a Vienna, Artaria, agosto 1803. GA. n. 217 (serie 23/3) – Boett. VI/1-6 – B. 48 -KH. 48 – L. II, p. 187 – N. 48 – T. 109.

Il manoscritto originale, posto in vendita all’asta pubblica insieme con le altre carte e musiche della «successione Beethoven», il 5 novembre 1827, fu acquistato dal commerciante di tappeti Johann Nepomuk Wolfmayer (l’amico affezionato a cui Beethoven avrebbe poi dovuto dedicare il suo ultimo Quartetto in fa maggiore op. 135). Gli eredi Wolfmayer lo vendettero a loro volta verso il 1850; esso passò così nelle mani di altri possessori ed è andato in parte disperso. La Beethovenhaus ne conserva oggi soltanto, nel fondo Bodmer, i nn. 5 e 6 ed una pagina con le dodici battute finali di quest’ultimo in una prima redazione, diversa per qualche particolare dalla definitiva (Hess, cat. 141 e quinto fascicolo dei Supplemente zur GA., 1962). L’opera fu composta materialmente nel periodo abbastanza breve che va dalla metà di maggio a tutto il giugno 1803; e questa è senza dubbio anche l’epoca di un abbozzo con le parole centrali della terza canzone: Denk, O Mensch an deinen Tod (Pensa, uomo, alla tua morte), rimasto inutilizzato, di cui il Nottebohm dà lo spunto nella sua descrizione del quaderno dell’ Eroica. Ma lo stesso studioso in una sua pubblicazione posteriore parla anche, senza riportarlo, di un altro abbozzo, in re minore 3/4, compiutamente tracciato, della medesima canzone, esistente in un quaderno del 1798, ciò che, per quanto anche qui la musica « non abbia alcun rapporto con la redazione stampata », può dimostrare come fin da allora Beethoven pensasse ad una qualche composizione del genere. La « proprietà » espressiva di queste pagine (tanto diverse, per forma e stile, dalle altre canzoni di Beethoven) ci fa pensare ch’esse abbiano avuto la loro remota origine in un mondo interiore, ideologico e musicale, formatosi gradualmente nello spirito del maestro dall’epoca di Bonn. L’opera poetica e le dottrine illuministiche di Christian Furchtegott Gellert (Hainichen, Erzgebirge, 1715-Lipsia 1769) erano da tempo diffuse nei paesi tedeschi; anche Neefe, il maestro di Beethoven, aveva avuto rapporti con questo scrittore e frequentato le sue lezioni nell’università di Lipsia. Le Odi e Cannoni spirituali (Gellerts Geistliche Oden und Lieder), scritte sulla base di resti della Bibbia protestante, avevano richiamato dal primo apparire l’attenzione di più d’un compositore. Carl Philipp Emanuel Bach le musicò tutte con lo scopo egualmente — come è dichiarato nella sua prefazione — di «dare splendore » alle devote intenzioni del poeta e «contribuire all’edificazione degli amatori di un tal genere di musica». E probabile che Beethoven abbia conosciuto già a Bonn i testi e la musica suddetti ; ivi pure, nella pratica del suo ufficio di « vicario » o sostituto di Neefe per l’accompagnamento dei cantori durante le funzioni religiose e gli uffici della settimana santa a cui appena tredicenne già intendeva nella cattolica cappella elettorale, egli ebbe senza dubbio occasione di venire direttamente a contatto con i testi sacri che parlano della potenza e della gloria del Signore, della terribilità della morte, dello smarrimento nel dolore senza Dio, della dolcezza confidente del ritrovamento. Questi sentimenti ed impressioni, inscindibilmente associati alle forme musicali che la pratica e lo studio proponevano di volta in volta alla sua sensibilità e riflessività (i vecchi corali protestanti, i canti di chiesa di Bonn e anche quelli delle funzioni liturgiche e delle composizioni di classici autori viennesi), dovettero contribuire, sviluppandosi, alla formazione di un particolare «complesso» spirituale che poi, sotto la spinta di un fatto che non possiamo non chiamare occasionale, potè in determinato breve periodo di tempo realizzarsi nell’opera concreta. Alla composizione delle canzoni diede infatti praticamente impulso la morte immatura, avvenuta a Vienna il 13 maggio 1803, della contessa Anna Margarethe di Browne, moglie del conte Georg von Browne. L’opera fu compiuta nel giugno successivo. Il testo poetico di ciascuna canzone consta di parecchie strofe. L’edizione della GA. riporta per intero le sei strofe dell’ultima e soltanto le prime due (su un totale di sei) della quarta; le iniziali (su un totale rispettivamente di quattro, quattordici, sette e quindici) della prima, seconda, terza e quinta. Alcuni si sono domandati se non sia il caso di aggiungere qualche strofa, per lo meno a qualche canzone. A noi sembra che, almeno quando si tratti di una esecuzione integrale dell’opera, come pensiamo sia stata immaginata da Beethoven nell’ordine e nel rapporto di proporzioni da lui disposti, non debba farsi nessuna aggiunta (Midi creato da Pierre-Jean Chenevez).

Opus 48 numero 1 – Bitten

Feierlich und mit Andacht

Richiama per qualche aspetto l’estatico misticismo dell’ Opferlied (nello stesso tono di mi maggiore) per quanto non ne abbia il fervore; è di carattere festoso, a cui una certa fisionomia organistica della parte di pianoforte dà la sua particolare impronta. Una delicata sfumatura di colore è quella introdotta nella melodia con il cambiamento del sol diesis in sol naturale alle ultime parole, prima della risoluzione in maggiore. Il testo:

Gott, deine Güte reicht so weit,
So weit die Wolken gehen,
Du krönst uns mit Barmherzigkeit
Und eilst, uns beizustehen.
Herr! Meine Burg, mein Fels, mein Hort,
Vernimm mein Flehn, merk auf mein Wort;
Denn ich will vor dir beten!

Ich bitte nicht um Überfluß
Und Schätze dieser Erden.
Laß mir, so viel ich haben muß,
Nach deiner Gnade werden.
Gib mir nur Weisheit und Verstand,
Dich, Gott, und den, den du gesandt,
Und mich selbst zu erkennen.

Ich bitte nicht um Ehr und Ruhm,
So sehr sie Menschen rühren;
Des guten Namens Eigentum
Laß mich nur nicht verlieren.
Mein wahrer Ruhm sei meine Pflicht,
Der Ruhm vor deinem Angesicht,
Und frommer Freunde Liebe.

So bitt ich dich, Herr Zebaoth,
Auch nicht um langes Leben.
Im Glücke Demut, Mut in Not,
Das wolltest du mir geben.
In deiner Hand steht meine Zeit;
Laß du mich nur Barmherzigkeit
Vor dir im Tode finden.

Opus 48 numero 2 – Die Liebe des Nächstens

Lebhaft, doch nicht zu sehr

Non comprendiamo come la Allgemeine Musik Zeitung abbia potuto criticare questa canzone, considerandola come la meno indovinata per il carattere « dottrinario » del testo. Il precetto divino vibra di commozione nel fraseggio musicale, fra melodico e declamato. E la profonda dolcezza di Gott ist die Lieb (Dio è l’amore) ne è la più bella interpretazione. Il testo:

So jemand spricht: Ich liebe Gott,
Und haßt doch seine Brüder,
Der treibt mit Gottes Wahrheit Spott
Und reißt sie ganz darnieder.
Gott ist die Lieb, und will, daß ich
Den Nächsten liebe, gleich als mich.

Wer dieser Erden Güter hat,
Und sieht die Brüder leiden,
Und macht den Hungrigen nicht satt,
Läßt Nackende nicht kleiden;
Der ist ein Feind der ersten Pflicht,
Und hat die Liebe Gottes nicht.

Wer seines Nächsten Ehre schmäht,
Und gern sie schmähen höret;
Sich freut, wenn sich sein Feind vergeht,
Und nichts zum Besten kehret;
Nicht dem Verleumder widerspricht;
Der liebt auch seinen Bruder nicht.

Wer zwar mit Rat, mit Trost und Schutz
Den Nächsten unterstützet,
Doch nur aus Stolz, aus Eigennutz,
Aus Weichlichkeit ihm nützet;
Nicht aus Gehorsam, nicht aus Pflicht;
Der liebt auch seinen Nächsten nicht.

Wer harret, bis ihn anzuflehn,
Ein Dürftiger erst erscheinet,
Nicht eilt, dem Frommen beizustehn,
Der im Verborgnen weinet;
Nicht gütig forscht, ob’s ihm gebricht;
Der liebt auch seinen Nächsten nicht.

Wer andre, wenn er sie beschirmt,
Mit Härt und Vorwurf quälet,
Und ohne Nachsicht straft und stürmt,
So bald sein Nächster fehlet;
Wie bleibt bei seinem Ungestüm
Die Liebe Gottes wohl in ihm?

Wer für der Armen Heil und Zucht
Mit Rat und Tat nicht wachet,
Dem Übel nicht zu wehren sucht,
Das oft sie dürftig machet;
Nur sorglos ihnen Gaben gibt;
Der hat sie wenig noch geliebt.

Wahr ist es, du vermagst es nicht,
Stets durch die Tat zu lieben.
Doch bist du nur geneigt, die Pflicht
Getreulich auszuüben,
Und wünschest dir die Kraft dazu,
Und sorgst dafür: so liebest du.

Ermattet dieser Trieb in dir:
So such ihn zu beleben.
Sprich oft: Gott ist die Lieb, und mir
Hat er sein Bild gegeben.
Denk oft: Gott, was ich bin, ist dein;

Sollt ich, gleich dir, nicht gütig sein?

Opus 48 numero 3 – Vom Tode

Mäßig und eher langsam als geschwind

È la più cupa e la più drammaticamente espressiva delle sei canzoni. « Un quadro di colore notturno, quale soltanto la tavolozza di Beethoven avrebbe potuto dipingere. Che bruciante angoscia cova spaventosamente nel pensiero: Quanto potrò avere ancora da vivere? Spettrale è l’entrata: Denk, o Mensch, an deinen Tod (Pensa, uomo, alla tua morte!); e alla fine risuona in cupi, profondi rintocchi, la campana funebre. Non si conosce completamente Beethoven senza questo canto annientante. Pensiamo anche, per una qualche analogia musicale ed ideologica, al secondo numero del Requiem tedesco di Brahms: Denn alles Fleisch es ist wie Gras, und alle Herrlickheit des Menschen wie des Grasses Blumen (Poiché ogni carne è come erba, e ogni splendidezza dell’uomo è come i fiori dell’erba).

Meine Lebenszeit verstreicht,
Stündlich eil ich zu dem Grabe,
Und was ist’s, das ich vielleicht,
Das ich noch zu leben habe?
Denk, o Mensch, an deinen Tod!
Säume nicht, denn Eins ist Not!

Lebe, wie du, wenn du stirbst,
Wünschen wirst, gelebt zu haben
Güter, die du hier erwirbst,
Würden, die dir Menschen gaben;
Nichts wird dich im Tod erfreun;
Diese Güter sind nicht dein.

Nur ein Herz, das Gutes liebt,
Nur ein ruhiges Gewissen,
Das vor Gott dir Zeugnis gibt,
Wird dir deinen Tod versüßen;
Dieses Herz, von Gott erneut,
Ist des Todes Freudigkeit.

Wenn in deiner letzten Not
Freunde hülflos um dich beben:
Dann wird über Welt und Tod
Dich dies reine Herz erheben;
Dann erschreckt dich kein Gericht;
Gott ist deine Zuversicht.

Daß du dieses Herz erwirbst,
Fürchte Gott, und bet und wache.
Sorge nicht, wie früh du stirbst;
Deine Zeit ist Gottes Sache.
Lern nicht nur den Tod nicht scheun,
Lern auch seiner dich erfreun.

Überwind ihn durch Vertraun,
Sprich: Ich weiß, an wen ich gläube,
Und ich weiß, ich werd ihn schaun
Einst in diesem meinem Leibe.
Er, der rief: Es ist vollbracht!
Nahm dem Tode seine Macht.

Tritt im Geist zum Grab oft hin,
Siehe dein Gebein versenken;
Sprich: Herr, daß ich Erde bin,
Lehre du mich selbst bedenken;
Lehre du mich’s jeden Tag,

Daß ich weiser werden mag!

Opus 48 numero 4 – Die Ehre Gottes aus der Natur

Majestätisch und erhaben

Una pagina piena di splendore, che si contrappone per tale suo carattere alla desolazione di quella precedente collegandosi idealmente alle prime due canzoni. Magnifico il passaggio in mi bemolle maggiore della seconda strofa, in cui dall’accompagnamento a pieni accordi gravi, ribattuti, pianissimo del pianoforte si eleva in una specie di recitativo melodico l’interrogante: Wer trägt der Himmel unzählbare Sterne ? Wer führt die Sonn aus ihrem Zelt? (Chi governa le stelle innumerevoli del cielo? Chi guida il sole fuori del suo padiglione ?) per poi tornare alla lapidaria frase iniziale.

Die Himmel rühmen des Ewigen Ehre;
Ihr Schall pflanzt seinen Namen fort.
Ihn rühmt der Erdkreis, ihn preisen die Meere;
Vernimm, o Mensch, ihr göttlich Wort!

Wer trägt der Himmel unzählbare Sterne?
Wer führt die Sonn aus ihrem Zelt?
Sie kommt und leuchtet und lacht uns von ferne
Und läuft den Weg gleich als ein Held.

Vernimm’s, und siehe die Wunder der Werke,
Die die Natur dir aufgestellt!
Verkündigt Weisheit und Ordnung und Stärke
Dir nicht den Herrn, den Herrn der Welt?

Kannst du der Wesen unzählbare Heere,
Den kleinsten Staub fühllos beschaun?
Durch wen ist alles? O gib ihm die Ehre!
Mir, ruft der Herr, sollst du vertraun.

Mein ist die Kraft, mein ist Himmel und Erde;
An meinen Werken kennst du mich.
Ich bin’s, und werde sein, der ich sein werde,
Dein Gott und Vater ewiglich.

Ich bin dein Schöpfer, bin Weisheit und Güte,
Ein Gott der Ordnung und dein Heil;
Ich bin’s! Mich liebe von ganzem Gemüte,
Und nimm an meiner Gnade Teil.

Opus 48 numero 5 – Gottes Macht und Vorsehung

Mit Kraft und Feurig

Una brevissima, epigrafica pagina che continua la maniera solenne, per quanto meno grandiosa della precedente, e si può tuttavia collegare come un adeguato preludio a quella che segue. Ci sembra che non debba considerarsi altrimenti e che, nell’equilibrio di insieme delle sei canzoni, giustapposte come sono, volerla prolungare con l’aggiunta di altre strofe, anche se nella forma ridotta proposta dal Moser, ne diminuisca l’efficacia.

Gott ist mein Lied!
Er ist der Gott der Stärke,
Hehr ist sein Nam’
Und groß sind seine Werke,
Und alle Himmel sein Gebiet.

Er will und spricht’s;
So sind und leben Welten.
Und er gebeut; so fallen durch sein Schelten
Die Himmel wieder in ihr Nichts.

Licht ist sein Kleid,
Und seine Wahl das Beste;
Er herrscht als Gott, und seines Thrones Feste
Ist Wahrheit und Gerechtigkeit.

Unendlich reich,
Ein Meer von Seligkeiten,
Ohn Anfang Gott, und Gott in ewgen Zeiten!
Herr aller Welt, wer ist dir gleich?

Was ist und war,
In Himmel, Erd und Meere,
Das kennet Gott, und seiner Werke Heere
Sind ewig vor ihm offenbar.

Er ist um mich,
Schafft, daß ich sicher ruhe;
Er schafft, was ich vor oder nachmals tue,
Und er erforschet mich und dich.

Er ist dir nah,
Du sitzest oder gehest;
Ob du ans Meer, ob du gen Himmel flöhest:
So ist er allenthalben da.

Er kennt mein Flehn
Und allen Rat der Seele.
Er weiß, wie oft ich Gutes tu und fehle,
Und eilt, mir gnädig beizustehn.

Er wog mir dar,
Was er mir geben wollte,
Schrieb auf sein Buch, wie lang ich leben sollte,
Da ich noch unbereitet war.

Nichts, nichts ist mein,
Das Gott nicht angehöre.
Herr, immerdar soll deines Namens Ehre,
Dein Lob in meinem Munde sein!

Wer kann die Pracht
Von deinen Wundern fassen?
Ein jeder Staub, den du hast werden lassen,
Verkündigt seines Schöpfers Macht.

Der kleinste Halm
Ist deiner Weisheit Spiegel.
Du, Luft und Meer, ihr Auen, Tal und Hügel,
Ihr seid sein Loblied und sein Psalm!

Du tränkst das Land,
Führst uns auf grüne Weiden;
Und Nacht und Tag, und Korn und Wein und Freud
Empfangen wir aus deiner Hand.

Kein Sperling fällt,
Herr, ohne deinen Willen;
Sollt ich mein Herz nicht mit dem Troste stillen,
Daß deine Hand mein Leben hält?

Ist Gott mein Schutz,
Will Gott mein Retter werden:
So frag ich nichts nach Himmel und nach Erden,
Und biete selbst der Hölle Trutz.

Opus 48 numero 6 – Bußiled

Poco adagio

Una brevissima, epigrafica pagina che continua la maniera solenne, per quanto meno grandiosa della precedente, e si può tuttavia collegare come un adeguato preludio a quella che segue. Ci sembra che non debba considerarsi altrimenti e che, nell’equilibrio di insieme delle sei canzoni, giustapposte come sono, volerla prolungare con l’aggiunta di altre strofe, anche se nella forma ridotta proposta dal Moser, ne diminuisca l’efficacia.

An dir allein, an dir hab ich gesündigt,
Und übel oft vor dir getan.
Du siehst die Schuld, die mir den Fluch verkündigt;
Sieh, Gott, auch meinen Jammer an.

Dir ist mein Flehn, mein Seufzen nicht verborgen,
Und meine Tränen sind vor dir.
Ach Gott, mein Gott, wie lange soll ich sorgen?
Wie lang entfernst du dich von mir?

Herr, handle nicht mit mir nach meinen Sünden,
Vergilt mir nicht nach meiner Schuld.
Ich suche dich, laß mich dein Antlitz finden,
Du Gott der Langmut und Geduld.

Früh wollst du mich mit deiner Gnade füllen,
Gott, Vater der Barmherzigeit.
Erfreue mich um deines Namens willen,
Du bist mein Gott, der gern erfreut.

Laß deinen Weg mich wieder freudig wallen
Und lehre mich dein heilig Recht
Mich täglich tun nach deinem Wohlgefallen;
Du bist mein Gott, ich bin dein Knecht.

Herr, eile du, mein Schutz, mir beizustehen,
Und leite mich auf ebner Bahn.
Er hört mein Schrei’n, der Herr erhört mein Flehen

Und nimmt sich meiner Seele an.