Opus 3 Trio in mi bemolle maggiore op. 3 per violino, viola e violoncello (redazione definitiva)

I) Allegro con brio – II) Andante – III) Minuetto primo (Allegretto) – IV) Adagio – V) Minuetto secondo (Moderato) – VI) Finale – Allegro

Opus 3 – Trio in mi bemolle maggiore op. 3 per violino, viola e violoncello (redazione definitiva), 1795 – primavera 1796, pubblicato in parti separate a Vienna, Artaria, primavera 1796; in partitura a Mannheim, Heckcl, ottobre 1848. GA. n. 54 (serie 7/1) – Bruers 3 – KH. 3 – L. I, pagina 50 – Nottebohm 3 – P. 64 – Sch. pagine 219/42 – Thayer 18, Biamonti 105.

Si è già parlato della prima redazione di questo Trio e dell’ipotetica derivazione della presente, definitiva, da un fallito tentativo di adattamento a Quartetto. Si riconoscono facilmente nell’opera caratteri di leggerezza, di eleganza, di piacevolezza che, uniti alla varietà ed al maggior numero dei movimenti, la fanno più vicina al Divertimento e alla Serenata che non al Trii per archi op. 9, composti da Beethoven nello stesso arco di tempo. Strumentalmente essa costituisce un insieme organico dove trionfa quasi sempre il valore del complesso, non la fatuità virtuosistica di un singolo.

CURIOSITA’

La datazione di questo Trio è quanto mai incerta e questo perché la sua genesi e il suo termine ci vengono riportati da due racconti, il primo del musicista inglese dilettante William Gardiner e l’altro del Dottor Wegeler (nelle sue memorie beethoveniane), che rendono le cose assai difficili da ricostruire.

William Gardiner affermò che l’abate Clemens Dobbeler valente violinista, fuggito da Bonn a Londra in vista della occupazione francese, eseguì sul finire del 1792 nella capitale inglese, un Trio che sarebbe stato composto da Beethoven poco prima della sua partenza da Bonn. Le notizie cronologiche fornite da William Gardiner risultano però un po’ discordanti con la realtà politico-storica della città renana in quel periodo. Carl Engel, musicologo e bibliotecario della Library of Congress di Washington, dov’è conservato dal 1923 il solo Finale del trio Hess 25, scoperto nel 1917 a Londra – che in realtà ha ben poche e superficiali differenze rispetto a quello dell’Opus 3 – è arrivato alla conclusione molto più plausibile che i fatti raccontati da William Gardiner, si riferiscono non alla fine del 1792, ma al marzo 1794, data in cui effettivamente cadde l’elettorato di Bonn ad opera delle truppe francesi che invasero la città più massicciamente di quanto già avvenuto nel 1792. La probabile genesi di questo trio sarebbe dunque da collocarsi, come tanta altra musica di quei tempi, negli ultimi mesi di Bonn, ma poi a Vienna fu revisionato e terminato tra la fine del 1793 e l’inizio del 1794 e probabilmente inviato nella città natale da Beethoven, come uno dei suoi ultimi atti di dipendenza a Maximilian Franz.

Dobbiamo, però, per completezza di informazione, riportare anche il racconto del Dottor Wegeler che arrivò a Vienna nell’ottobre del 1794 e lì rimase fino al maggio 1796, secondo il quale, a seguito dell’incarico di comporre dei Quartetti dato dal conte Antal György Apponyi a Beethoven, questi fece due tentativi: «(…) Ma dal primo tentativo scaturì un grande Trio d’archi (op.3), e dal secondo un Quintetto d’archi (op.4).(…)»[1]. È del tutto evidente come Wegeler non fosse a conoscenza del fatto che, in realtà, i lavori che Beethoven tentò di trasformare in Quartetti erano il primo già scritto come Trio per archi e il secondo una trascrizione dell’Ottetto Opus 103 già composto a Bonn e rivisto l’anno prima a Vienna.

Il Trio – probabilmente rimaneggiato prima della sua pubblicazione nella primavera del 1796 presso l’editore Artaria  – è formato da sei movimenti e per questo è accostabile nella sua struttura al vecchio Divertimento o alla Serenata, generi che conobbero il loro massimo fulgore nella stagione haydniana-mozartiana e che sul finire del Settecento andarono rapidamente verso il  loro tramonto. In particolare poi è del tutto evidente che in questo lavoro Beethoven fu influenzato dal Divertimento per trio d’archi “Gran Trio” K 563 di Mozart. Giovanni Carli Ballola fa una comparazione fra i due Trii e annota che: «(…) La brillantezza concertante del modello mozartiano viene generalmente sostituita qui da una scrittura più sobria e compatta, nel senso che il problema di riempire ed equilibrare adeguatamente lo spazio sonoro delimitato dai tre strumenti viene affrontato dai due musicisti attraverso vie diametralmente opposte. Mentre Mozart si era studiato di conferire la massima spazialità all’organico in un sistematico incrocio polifonico (…) di chiara ascendenza bachiana, Beethoven sembra ancora muoversi in un sistema d’impronta pianistica, tendente generalmente parlando, ad un movimento delle parti alquanto raccolto, con ampio impiego di figure d’accompagnamento ad arpeggi albertini o a note ribattute e modesto ricorso al contrappunto.(…)».[2]

Il Trio, si può dunque ben dire, è un passo importante, non tanto verso il Quartetto ma «(…) verso la familiarizzazione con lo stile sinfonico (…)»[3]. Questa concezione sinfonica la percepiamo, non solo dall’uso ridotto del contrappunto, ma dal fatto che il registro acuto è rappresentato dal violino, quello medio dalla viola e quello basso dal violoncello. Tutto ciò però non impedì a Beethoven di mantenere anche la parte virtuosistica, tanto è vero che per eseguire questo Trio, come gli altri seguenti, sono necessari esecutori di un certo spessore. Lo strumento principale è il violino ma questo lavoro presenta una novità rilevante: la ricerca dell’equilibrio timbrico. Secondo Giovanni Biamonti si tratta di: «(…) un’opera piena di gioia, di sereno equilibrio (…) un insieme dove trionfa la felice, reciproca integrazione degli strumenti (…).».[4]

Per Luigi Della Croce, il primo movimento è un eccellente “Allegro con brio” imperniato da felice energia con: «Un primo soggetto di carattere imperioso(…)»[5] e il secondo tema è caratterizzato da: «(…) una lunga melodia (…) particolarmente attraente quando è il violoncello a riprenderla. Ed è il secondo tema che viene in un primo momento a trovarsi al centro dello sviluppo. Ma Beethoven, utilizzando l’espediente, non troppo usuale della “falsa ripresa” rimette tutto in questione e dà inizio ad un nuovo, molto più esteso svolgimento basato su altro materiale dell’esposizione e anzitutto, come vuole la regola, sul primo tema.».[6]

Il secondo movimento è un “Andante” tipicamente danzante nel quale come osservò il Jacques Gabriel Prod’homme: «(…) si ripete con insistenza un gruppo di quattro note che diventeranno (ma con qualche altro accento) il motivo fatidico della Sinfonia in do- (…)».[7] Questo tema, a detta di Luigi Della Croce: «(…) costruisce un castigato quadretto all’insegna della più stretta osservanza nei confronti della tradizione e della simmetria, elemento essenziale dello stile classico. Inserito in una forma sonata ineccepibile (…) viene ripetuto con insistenza (…)».[8] Secondo Giovanni Carli Ballola, è nei due movimenti lenti, l’Andante e l’Adagio, che Beethoven riserva: «(…) la fine e sapiente elaborazione cameristica, con le incursioni nel contrappunto e l’attento impiego delle risorse timbriche dei tre strumenti (…)».[9]

Il terzo movimento è un “Minuetto: Allegretto” molto leggero e con richiami di carattere popolare. Luigi Della Croce afferma che il: «(…) motivo di due note, calante e poi ascendente (…) contrasta con l’ampiezza e il respiro del relativo Trio, una melodia, su valori lunghi, tesa verso l’alto e lasciata al canto senza condizioni del violino. Eccentrica (…) la coda, da eseguirsi eccezionalmente dopo il ritorno del minuetto.».[10]

Solo in quarta posizione, il movimento “Adagio” il momento più riuscito dell’intero brano, dove si riesce a raggiungere un certo equilibrio timbrico fra i tre strumenti: il violoncello è spesso protagonista nel presentarne la melodia, la viola ha dei “raddoppi” eccellenti e sopratutto, come afferma Stefano Catucci, la peculiarità importante sta nella: «(…)  serie di transizioni, gruppi di accordi e brevi imitazioni che consentono a Beethoven di sfruttare in modo più vario la collaborazione fra i tre strumenti.(…)».[11] Luigi Della Croce rileva che: «(…) su un accompagnamento insistente di bassi albertini della viola, il violino enuncia il suo canto-preghiera, lineare ma riccamente ornato di appoggiature e gruppetti. Da quest’ampia frase di un tenero lirismo (…) prendono corpo sviluppi ai quali partecipano anche viola e violoncello. (…) Dolcissima è la chiusa (…)».[12]

Il quinto movimento è un “Minuetto moderato” caratterizzato, ancor più del primo Minuetto da incursioni popolari di tipo tzigano e ben ancorato nello stile di fine Settecento.

Sesto movimento “Finale: Allegro” caratterizzato da un taglio più originale rispetto all’Allegro iniziale, ma che comunque si richiamo fortemente allo stile haydniano.

[1] Giovanni Biamonti: Catalogo cronologico e tematico delle opere di Beethoven. Editore Ilte Torino

[2] Luigi Della Croce: Ludwig van Beethoven. La musica pianistica e da camera. L’Epos editore

[3] Luigi Della Croce: Ludwig van Beethoven. La musica pianistica e da camera. L’Epos editore

[4] Antonio Bruers: Beethoven. Catalogo storico-critico di tutte le opere. Dott. Giovanni Bardi Editore

[5] Luigi Della Croce: Ludwig van Beethoven. La musica pianistica e da camera. L’Epos editore

[6] Giovanni Carli Ballola: Beethoven. Biografie Bompiani

[7] Luigi Della Croce: Ludwig van Beethoven. La musica pianistica e da camera. L’Epos editore

[8] Stefano Catucci: Beethoven: opera omnia. (Le opere). Editore Fabbri Classica

[9] Luigi Della Croce: Ludwig van Beethoven. La musica pianistica e da camera. L’Epos editore

[10] Franz Gerhard Wegeler/Ferdinand Ries: Beethoven. Appunti biografici dal vivo. Moretti e Vitali editore

[11] Giovanni Carli Ballola: Beethoven. Biografie Bompiani

[12] Stefano Catucci: Beethoven opera Omnia. Le opere. Fabbri Classica

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