Ludwig van Beethoven – Trascrizioni e studi sulle opere di Palestrina

Elenco delle trascrizioni e degli studi che Beethoven fece delle opere di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525? – 1594)

Giovanni Pierluigi da Palestrina (Palestrina, 1525 ca. – Roma, 2 febbraio 1594)

Compositore italiano (Palestrina, Roma, ca. 1525-Roma 1594). Fanciullo cantore in Santa Maria Maggiore a Roma, nel 1544 divenne organista e maestro di canto nel duomo di Palestrina. Quando Giovanni Maria del Monte, vescovo di Palestrina, divenne papa Giulio III, Palestrina fu chiamato a Roma come maestro della Cappella Giulia (1551), quindi (1555) cantore alla Cappella Sistina, ma nello stesso anno fu costretto da Paolo IV ad abbandonare il posto perché sposato. Divenne quindi maestro di cappella in S. Giovanni in Laterano (1555-60) e in Santa Maria Maggiore (1561-66). Dopo un periodo al servizio del Collegio Romano e del cardinale Ippolito d’Este, nel 1571 tornò a dirigere la Cappella Giulia dove rimase fino alla morte. Negli ultimi anni si dedicò anche alla pubblicazione delle proprie opere (che fu continuata dal figlio Iginio), mentre la sua fama crebbe molto oltre i confini nazionali estendendosi a tutta l’Europa musicale del tempo.

La produzione sacra comprende 102 messe (altre sono di dubbia o falsa attribuzione), oltre 300 mottetti e numerose altre musiche liturgiche (inni, magnificat, lamentazioni, litanie, offertori, stabat Mater). Assai più esigua la produzione profana: 140 madrigali, in parte di ispirazione religiosa. Momento centrale e culminante dell’opera di Palestrina sono concordemente considerate le messe, in cui rara è l’applicazione delle tecniche più tipiche della polifonia fiamminga, il cantus firmus e il canone; molto più frequente l’uso della parodia e della parafrasi. Padroneggiando con assoluta maestria il linguaggio polifonico al culmine della fioritura cinquecentesca, Palestrina lo piega a una visione costantemente rivolta a ideali di equilibrio, di euritmia, di trasparenza, dove i valori espressivi sono accolti e proposti sempre con sorvegliata misura. Rispetto alla tradizione franco-fiamminga la scrittura acquista una levigatezza e una trasparenza che, mentre valorizzano le qualità e gli equilibri timbrico-fonici del complesso vocale cui sono destinate, puntano a una semplificazione che favorisca la chiarezza e il rilievo della declamazione del testo. In tal senso Palestrina si mosse soprattutto dal 1560, facendosi interprete delle esigenze poste dai risultati del Concilio di Trento sul rapporto musica-testo nelle composizioni sacre (è leggenda che la celebre Missa Papae Marcelli avrebbe salvato presso i padri conciliari le sorti della musica sacra). Ma in questo processo la qualità della scrittura polifonica non è per nulla sminuita e si stabilisce un sapiente equilibrio tra dimensione orizzontale e verticale del discorso. E mentre in un altro grande contemporaneo di Palestrina, Orlando di Lasso (personalità che a lui può per molti aspetti essere contrapposta), la ricerca espressiva è compiuta con effetti inconsueti, in senso drammatico e soggettivo, il trattamento della consonanza e della dissonanza in Palestrina (e nell’insieme i caratteri della melodia e la condotta delle parti) si mantiene in un ambito di controllata misura, dove il gioco delle tensioni è calibrato con compiuto rigore. Per tali caratteristiche la concezione palestriniana della musica sacra assurse a un carattere che i posteri ritennero esemplare: col nome di “stile antico” lo stile palestriniano rimase modello per lo studio del contrappunto e nell’Ottocento fu considerato dal movimento movimento ceciliano come la “musica sacra” per eccellenza. Anche la produzione profana (i madrigali) si attiene a una concezione in parte analoga, evitando, come quella sacra, le ricerche più inquiete e avanzate che altri compositori compivano nel secondo Cinquecento.

Beethoven fece copia delle opere di Palestrina in età matura: la prima

1 – Magnificat in Tertii toni, presumibilmente nel 1819, con trascrizione moderna in Fišman/Beethoveniana Tavola VIIb

2 – Mottetto “Pueri Hebraerorum”, inizio del 1826, e l’ autografo è conservato a Vienna, S.155.